OCCHIO AL FILM DI ANDRÉ TÉCHINÉ SULL’ADOLESCENZA INQUIETA “QUANDO HAI 17 ANNI”: UNA LEZIONE PER I REGISTI ITALIANI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Quando hai 17 anni, e anche dopo, la vita è un discreto casino. Specie se la sessualità imbocca sentieri incerti e l’irresolutezza esistenziale fa il resto, con esiti imprevedibili. Un tempo faceva notizia ogni nuovo film di André Téchiné, regista di titoli come “Rendez-Vous”, “Le sorelle Brontë”, “Niente baci sulla bocca”, soprattutto “L’età acerba”. Rischia invece di passare inosservato questo “Quando hai 17 anni”, già in concorso alla Berlinale 2016 e ora nelle sale italiane (da giovedì 6 ottobre) grazie a Distribuzione Cinema. Sarebbe un peccato, perché Téchiné, che firma il copione con Céline Sciamma, mostra di avere ancora molto da dire. Il suo non sembra affatto il film di un 73enne: per stile, profondità, drammaturgia, direzione degli attori, senso del silenzio e uso della musica (bene ha fatto il Sindacato critici di cinema a segnalarlo).
Anche qui si parla di un’età acerba, ma ambientando il tutto nella Francia odierna, tra le montagne innevate del versante sud-occidentale. Tre trimestri scolastici scandiscono, sul piano temporale, l’infittirsi della vicenda, che parte sotto la neve, tra panorami insieme magici e rischiosi. Ad avere 17 anni sono Damien e Tom, che frequentano lo stesso liceo. I due non si piacciono per nulla. Infatti va sempre a finire a pugni, calci e spintoni. Perché? Lo capiremo strada facendo, ammesso che ci sia una spiegazione.
Damien è biondo, bruttino, borghese: sua madre Marianne è un medico condotto molto rispettato, suo padre un pilota militare in missione da qualche parte in Africa. Tom è magrebino, bellissimo, solitario: i suoi genitori adottivi sono alacri agricoltori che vivono in una lontana fattoria in mezzo alle montagne cercando da anni di avere un figlio naturale. L’ennesima gravidanza della contadina, che si preannuncia complicata, spinge Marianne a ospitare in casa Tom, affinché i due ragazzi facciano pace, anche per evitargli ogni mattina un viaggio di due ore al gelo. E qui ci fermiamo. Perché molte cose succederanno nel corso di nove mesi: approcci sessuali, nuove risse, un lutto, una nascita, altro ancora.
La coabitazione difficile sotto lo stesso tetto serve a orchestrare un cine-romanzo di formazione che Téchiné, a parte qualche inutile citazione da Rimbaud, Platone e Leibniz, conduce come solo i francesi sanno fare: stando addosso ai due adolescenti, descrivendone con realismo asprezze e pulsioni, bisogni e desideri, facendo affiorare un sentimento (avrete capito) che per un attimo sembra mandare in crisi anche Marianne, donna concreta e piacente, troppo a lungo lontana dal marito visto solo su Skype.
Naturalmente l’ambientazione montanara, tra vacche che escono dalla nebbia e distese di neve a vista d’occhio, fa tutt’uno con il progressivo scongelarsi di quei due cuori giovanili racchiusi dentro corpi nervosi e insoddisfatti che rivendicano cura, passione, sesso. Da questo punto di vista il tema della differenza (scontro?) di classe, che pure esiste, si stempera via via in un serrato corpo a corpo tra quelle due anime rabbiose, reticenti, inespresse, un po’ come succedeva in “Brokeback Mountain”; mentre attorno a Damien e Tom si profila una tragedia destinata a rimettere tutto in gioco.
Sandrine Kiberlain, così segaligna, nasuta e tuttavia dotata di una sensualità naturale impressa nelle sue efelidi, si conferma attrice di estrema sensibilità, perfetta nel ruolo di questa madre-medico lambita da pensieri “impuri”; Kacey Mottet Klein e Corentin Fila, nei ruoli di Damien e Tom, si inseguono per tutto il film, ognuno dei due cercando di capire che cosa stia realmente accadendo dentro di sé.

Michele Anselmi

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