LE CATASTROFI NON AVVENGONO QUASI MAI PER CASO. “DEEPWATER”: UN KOLOSSAL SULLA MAREA NERA DEL 2010

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

«La speranza non è una tattica» sentiamo dire in “Deepwater – Inferno sull’Oceano”, poco prima che la piattaforma della BP al largo della Louisiana prenda fuoco, con effetti devastanti per l’intero ecosistema circostante. Storia vera, verissima: per tre mesi, dopo quel tragico 20 aprile 2010, andò avanti lo sversamento di greggio sul fondo del Golfo del Messico, pari a milioni di barili (circa 50 mila al giorno). E lì, sulla gigantesca piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, dalla società svizzera Transocean affittata alla British Petroleum per 500mila dollari al giorno, morirono 11 dei 126 addetti presenti al momento del disastro. Louisiana, Alabama, Mississippi, Florida: nessuno Stato fu risparmiato dall’atroce “marea nera”.
Il cinquantenne Peter Berg è un cineasta interessante, da sempre impegnato nel portare sullo schermo vicende reali ad alto tasso spettacolare, da “The Kingdom” a “Lone Survivor”, ed è già pronto per Natale il suo “Patriots Day” sulle bombe alla maratona di Boston. Di nuovo con Mark Whalberg, che non solo interpreta un ruolo cruciale in “Deepwater – Inferno sull’Oceano”, nella sale dal 6 ottobre con Medusa, ma pure vi ha investito soldi come produttore. Trattasi di kolossal da 110 milioni di dollari, e anche se gli incassi americani per ora non sembrano incoraggianti (25 milioni al 5 ottobre), il film aggiorna il genere “catastrofico” per proporsi anche come una riflessione non peregrina su un certo capitalismo sventato, sulle logiche del mercato rapace, sull’irresponsabilità dei dirigenti in presenza di segnali allarmanti. Di fatto, quello provocato dall’esplosione della Deepwater Horizon, resta uno dei più grandi disastri mondiali causati dall’uomo.
Naturalmente il film, la cui sceneggiatura prende spunto da un documentato reportage del York Times”, gioca sin dall’inizio la carta della suspense. Piccole bolle d’aria fuoriescono dalla copertura di cemento in fondo al mare, laddove s’innesta la pompa che porta su alla piattaforma galleggiante. E intanto facciamo la conoscenza con alcuni degli addetti che stanno per volare sulla Deepwater. L’esperto di sistemi elettrici Mike Williams (Whalberg), felicemente sposato e con figlia; il baffuto e carismatico installation manager Jimmy Harrell (Kurt Russell); la tosta tecnica di computer Andrea Fleytas (Gina Rodriguez)… Nulla sembra far prevedere il tracollo della struttura, grande come due campi di calcio, o forse sì: occhio alla lattina di Coca Cola che esplode a colazione, o alla cravatta color Magenta, come le spie elettriche dell’allerta più grave, indossato da un esponente della compagnia. E tuttavia appare subito chiaro da alcuni test di pressione che qualcosa non funziona a dovere laggiù. Però un arrogante esponente della BP (chi meglio di John Malkovich?) ordina di forzare le operazioni, minimizzando le anomalie, in modo di recuperare i giorni di ritardo. E a quel punto si moltiplicano i segnali dell’imminente “blowout”, cioè una miscela infernale di fango, metano, petrolio e fuoco.
Non c’è bisogno di capire tutto, specie certi dettagli molto tecnici legati al sistema di pompaggio, alle condutture, alle sonde, eccetera. Importa che il film, nell’ispessirsi della tensione che prelude al disastro, ti faccia sentire “materialmente” su quella piattaforma, vittima designata di un sistema che oltraggia le norme di sicurezza in nome di un profitto senza scrupoli. Gli effetti speciali sono prodigiosi, naturalmente, ma per una volta funzionali alla ricostruzione realistica della tragedia.
Sulle note della struggente ballata “Take Me Down” di Gary Clark Jr., i titoli di coda mostrano le fotografie degli undici operai rimasti uccisi e alcune immagini del processo che seguì. Quasi nessuno, tra i sopravvissuti, tornò a lavorare in mare, di sicuro non il protagonista incarnato da Whalberg: che oggi vive ben piantato in Texas, con la sua famiglia.

Michele Anselmi

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