Pastorale americana, diverse modalità di lettura per il film tratto dal capolavoro di Roth

Tradurre in immagini un testo scritto è sempre un compito difficoltoso, denso di pericoli e di rischi. In questo caso, l’attore scozzese Ewan McGregor ha sostituito Phillip Noyce alla regia della trasposizione di uno dei romanzi americani più discussi nella storia della letteratura moderna. Si tratta di Pastorale americana di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer nel 1998. A questo punto, si aprono differenti possibilità di accostarsi al film. La prima consisterebbe in una lettura comparata romanzo/film, interessante quanto limitata. La scrittura (pur nella sua indubbia capacità di creare immagini) è un universo completamente diverso rispetto a quello delle immagini cinematografiche, il cui scopo è, più che mantenere la fedeltà al testo originale, quello di trasmettere un mood di fondo, una serie di sensazioni e di sottotesti sui quali lo spettatore lavorerà per mettere in ordine le singole tessere che completeranno il mosaico.
La seconda modalità di analisi prenderebbe in considerazione l’opera filmica in modo autonomo rispetto al libro di provenienza. Proprio perché non ha senso giudicare un film sulla base di quanto scritto in un romanzo. Certi film possono riportare ogni evento descritto in un libro, mancando tuttavia di coglierne lo spirito. Viceversa, un film stringato, conciso e sintetico, che attua quindi una riduzione nei confronti del testo scritto, potrebbe risultare, nonostante ciò, ben fatto. Un esempio lampante consiste nella riduzione televisiva di J.J. Abrams del recente romanzo di Stephen King 22/11/’63. La serialità fa la sua parte e, nonostante le lacune rispetto al libro, il lavoro dei registi, degli sceneggiatori e dei produttori, può dirsi nettamente riuscito. Ma questa è un’altra storia.
Come si è capito, quindi, l’obiettivo è quello di svincolare il lavoro di McGregor dal romanzo di Roth che, detto in modo banale, descrive la caduta del sogno americano: Seymour Levov, detto lo Svedese, è un ragazzo ebreo del New Jersey con una vita perfetta. Ma tutto ciò che l’impegno e l’etica del lavoro gli hanno dato, la storia americana gli sottrarrà. Il regista/attore sceglie di trattare la vicenda a partire da un punto di vista intimista, concentrato sulle questioni familiari (la balbuzie della figlia e il suo rapporto con i genitori), scegliendo di tralasciare sullo sfondo le vicende che, nel frattempo, colpiscono gli Stati Uniti d’America. O, comunque, dedicandovi poco spazio attraverso immagini e video d’archivio. In tal senso, tragedia collettiva ed individuale difficilmente vanno di pari passo. Ne risente l’intensità drammatica del film che, eccetto che nel finale, non lascia mai il segno nelle emozioni dello spettatore. La sensazione è quella di aver assistito a due ore di film in cui il dramma ha subito un raffreddamento emotivo, complice la delineazione sbagliata del personaggio protagonista, quello Svedese alto, biondo, dalla mascella quadrata e dall’inespressiva maschera vichinga, che non vive mai la tragedia di cui è protagonista e che gli demolisce, lentamente, la vita. Peccato per questa occasione colta solo in superficie.

Matteo Marescalco

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