“LETTERE DA BERLINO”, UN OPERAIO E SUA MOGLIE CONTRO HITLER (PURE UN’OCCASIONE PER RISCOPRIRE I ROMANZI DI FALLADA)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

“Lettere da Berlino” è un titolo piuttosto incongruo. Non ci sono lettere ma cartoline, e non “da” Berlino ma “a” Berlino. Meglio l’originale “Alone in Berlin”, più vicino al romanzo di Hans Fallada “Ognuno muore solo” (Sellerio) che ha ispirato il film. Fallada era uno pseudonimo: al secolo Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen, lo scrittore tedesco morì nel 1947, a 54 anni, pochi mesi dopo aver terminato proprio questo libro, molto apprezzato da Primo Levi e vergato in quattro settimane, sotto un’urgenza in buona misura dettata dalle pessime condizioni dell’uomo, ormai alcolizzato, dipendente da psico-farmaci, pure reduce da internamenti in istituti psichiatrici.
Un incartamento della Gestapo relativo a un’indagine serrata condotta realmente a Berlino tra il 1940 e il 1943 fa da spunto, abbastanza fedele, alla vicenda che dalla pagina scritta arriva ora sul grande schermo per la firma dello svizzero Vincent Pérez, più noto come attore (“Cyrano”, “La regina Margot”, “Il viaggio di Capitan Fracassa”) e però regista non privo di talento, capace di maneggiare sul filo di una crescente suspense la drammatica vicenda.
Nella Germania nazista dei primi anni Quaranta, ormai militarizzata e piegata alla logica del sospetto, due genitori piangono il loro unico figlio, ventenne, appena morto nella campagna di Francia. Otto e Anna Quangel sono operai, probabilmente hanno guardato con simpatia all’ascesa di Hitler, ma adesso avvertono, nel clima sempre più minaccioso e asfissiante, mentre la caccia all’ebreo spinge al suicidio anche una vecchia signora al piano di sopra, che è giunto il momento di ribellarsi. Come? Depositando di nascosto nei luoghi frequentati delle cartoline con scritte anti-naziste, di verità, nella speranza che i berlinesi leggano e facciano circolare.
Con pazienza certosina, camuffando la calligrafia, agendo con furbizia e variando gli obiettivi, i due coniugi riusciranno a recapitare 285 “messaggi” nel corso di tre anni, 267 dei quali subito consegnati alla polizia per paura di ritorsioni.
Avrete capito che il film è la cronaca di una serrata caccia all’uomo, anzi all’Uomo Ombra, come il misterioso sobillatore viene ribattezzato dal giovane a ambizioso ispettore Escherich, a sua volta incalzato dalla Gestapo perché recida il fenomeno alla radice prima che la leggenda si diffonda. Finirà male, purtroppo, all’ombra di una ghigliottina.
Siamo un po’ dalle parti di “La Rosa Bianca”, il film di Marc Rothemund che nel 2005 ricostruì il processo a carico di tre studenti universitari accusati di aver cospirato, sempre a colpi di volantini, contro il regime hitleriano; anche se in “Lettere da Berlino” conta più il racconto di questa privatissima ribellione individuale, anzi di coppia, destinata in buona misura al fallimento e tuttavia capace di scardinare un certo ordine mantenuto col terrore, smuovere qualche coscienza.
Sono come messaggi nella bottiglia quelli compilati da Otto e sua moglie sul retro delle cartoline, senza sapere chi li leggerà e se sortiranno qualche effetto. Da questo punto di vista il film, classico nell’impaginazione ma per nulla rassicurante, offre un ritratto abbastanza inedito di una Germania “nazificata” nel profondo, appena scossa da barlumi di resipiscenza.
Distribuito da Videa dal 13 ottobre, “Lettere da Berlino” trova nei britannici Brendan Gleeson ed Emma Thompson (doppiati da Rodolfo Bianchi ed Emanuela Rossi) due protagonisti precisi, intonati al clima generale, specie il primo, con l’età diventato un attore di ruvida e toccante sobrietà; mentre spetta al tedesco Daniel Brühl il compito di dare corpo allo sbirro “cattivo”, insieme carnefice e vittima di un ingranaggio impazzito.

Michele Anselmi

Lascia un commento