ALLA FESTA DI ROMA DOPPIA AMERICA: SNOWDEN EROE PER STONE E CASEY AFFLECK (FRATELLO DI BEN) FA IL PROLETARIO A PEZZI

La Festa di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Due buoni esempi di cinema americano, l’uno dietro l’altro, alla romana Festa del cinema, edizione numero 11, la prima dell’era Virginia Raggi (giovedì sera la sindaca pentastellata ha passeggiato pure sul tappeto rosso, in soprabito bianco, per la gioia dei paparazzi). I titoli? “Snowden” di Oliver Stone e “Manchester by the Sea” di Kenneth Lonergan, da un lato il film di denuncia che ricostruisce la vicenda umana e politica di Edward Snowden, dall’altro il film che parla di “gente comune” impegnata a rimettere in sesto la propria vita dopo eventi luttuosi.
Stone lo conoscete, da sempre gli piace fare il bastian contrario, ha omaggiato coi suoi controversi documentari i comunisti Fidel Castro e Hugo Chávez, e infatti, a fine film, qualcuno in sala l’ha accusato «di idolatrare i traditori dell’America». In questo caso, appunto, Edward Snowden, classe 1983, il genietto informatico della Nsa (National Security Agency) che nel giugno 2013 rivelò a “The Guardian” la messa a punto di un gigantesco piano di sorveglianza e intercettazione dei cittadini da parte del governo statunitense, iniziato con Bush e proseguito con Obama. Snowden vive tuttora a Mosca, protetto dal presidente Putin, e difficilmente potrà mai andarsene da lì, essendo destinatario di severissimi atti d’accusa. Eroe o traditore? Stone sposa la prima ipotesi, e orchestra il suo film, teso, ritmato e ben recitato, con la solita grinta, ma senza rinunciare allo scandaglio psicologico. L’idea è di spiegare che cosa spinse un giovanotto conservatore, troppo gracile per indossare la divisa ma capace come pochi di usare il computer per difendere la sicurezza nazionale, a trasformarsi in un impavido “whistleblower” deciso a sputtanare il proprio Paese, colpevole di attività illegali e anti-democratiche con la scusa di combattere il terrorismo. Roba, sentiamo dire, da «dittatura chiavi in mano» (c’è anche un riferimento a Trump).
Costruito per flashback, usando come cornice il teso incontro con gli inviati del “Guardian” dentro un albergo a Hong Kong, “Snowden” non fa mancare nulla allo spettatore: l’addestramento, l’iniziazione, l’amore, le missioni, il successo, gli attacchi di epilessia, la crisi di coscienza, infine la decisione di spifferare tutto a costo di finire in galera o, peggio, ucciso. «Non devi essere d’accordo coi politici per essere un bravo patriota» teorizza nell’incipit il suo capo e mentore, ma strada facendo l’hacker idealista non riuscirà più ad accettare tutti quegli strappi giustificati dalla Ragion di Stato (e dalla voracità dell’industria bellica). Naturalmente “Snowden” giganteggia nel confronto con “Il quinto potere”, il film di Bill Condon che ricostruiva lo scandalo WikiLeaks e la controversa figura di Julian Assange. Stone sa maneggiare la bollente materia, magari con qualche affondo retorico ma tenendo alto il ritmo all’insegna della suspense, e l’ingresso in scena del vero Snowden, nel finalissimo, certo è un bel colpo di cinema. Cast ricco, con Joseph Gordon-Lewitt molto credibile nei panni tormentati dell’eroe eponimo, più partecipazioni illustri: Nicolas Cage, Timothy Olyphant, Tom Wilkinson, Melissa Leo, Shailene Woodley.

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Anche “Manchester by the Sea” offre una densa prova d’attore, ma in tutt’altra chiave. La cittadina del titolo in riva al mare è in Massachussets: qui torna, dopo la morte del fratello per infarto, il solitario e sempre incazzoso Lee Chandler, che custodisce un passato tragico e da lì scappò anni per sopravvivere a Boston facendo il “tuttofare” agli ordini di un amministratore condominiale. Lo scorbutico vorrebbe casey-affleckripartire dopo il funerale, non sa che il caro estinto l’ha nominato tutore del figlio Patrick, un adolescente inquieto, molto attratto dalle ragazze, a suo modo con la testa sulle spalle. Lo zio recalcitra, anche perché il paesino poco lo ama per via di una brutta storia alcolica culminata in un incendio mortale; e tuttavia, tra una scazzottata e una confessione, ciò che resta di quella famiglia troverà il modo di far pace con se stessa, con l’aiuto di una vecchia barca e due canne da pesca.
Ma non pensate a un “happy ending”: il film, scritto e diretto da Kenneth Lonergan, non illude lo spettatore, pedina i personaggi nei gesti quotidiani e nelle incombenze burocratiche, adotta una pezzatura lunga (135 minuti). Le musiche di Albinoni e Händel, usate per contrasto rispetto agli ambienti da working-class, sono un artificio inutile, anche una nota stonata; però Casey Affleck, sempre in giaccone Carhartt per sottolinearne il look proletario, è davvero bravo, intenso e toccante, anche quando lo prenderesti a schiaffi per come si comporta con quella madre single solo in cerca di un po’ di tenerezza.

Michele Anselmi

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