AL CINEMA IL PROCESSO CHE SVERGOGNÒ DAVID IRVING. PER LO “STORICO” NEGAZIONISTA AUSCHWITZ FU UNA BUGIA

La Festa di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ecco un film da vedere assolutamente quando uscirà nelle sale il 17 novembre. Passato in anteprima alla Festa di Roma, “La verità negata” (“Denial”) possiede la forza della denuncia, la delicatezza della compassione e l’accuratezza della ricostruzione. Il britannico Mick Jackson è lo stesso che nel 1992 firmò il successo planetario “Guardia del corpo” con Kevin Costner e Whitney Houston, poi ha fatto molta tv in patria, ed eccolo tornare sul grande schermo con un film processuale ispirato a una storia vera. Verissima, purtroppo.
Avete in mente il sedicente storico David Irving, l’inglese razzista e antisemita che costruì la sua fortuna editoriale sul “negazionismo”, cioè contestando alla radice l’esistenza dei campi di sterminio con frasi del tipo «un mito inventato dal popolo israeliano»? Un tipaccio revisionista, esperto nel manipolare le prove e distorcere i fatti nel proposito di riabilitare l’ammiratissimo Adolf Hitler, al quale pure molti diedero ascolto, in patria e all’estero. Nel 1996, sentendosi calunniato da un libro della storica americana di origine ebrea Deborah Lipstadt, intitolato “Denying the Holocaust: The Growing Assault on Truth and Memory”, Irving citò la scrittrice in giudizio e con lei la casa editrice Penguin Books. Il processo si tenne a Londra, a partire dal gennaio 2000, per 32 sedute, fino al verdetto emesso dal giudice unico Charles Grey l’11 aprile di quello stesso anno. Il paradosso sta tutto qui: nel sistema legale britannico l’onere della prova spetta all’imputato, sicché fu Lipstadt a doversi difendere dalle “accuse” di Irving.
È un grande film, “La verità negata”, perché svela, con precisione documentaristica e sofisticata messa in scena, il vero intento dello storico negazionista: trasformare quel processo per calunnia in una sorta di processo all’Olocausto, amplificare in chiave planetarie le proprie “tesi”.
Nel rielaborare per lo schermo il libro che la professoressa americana scrisse sulla vicenda, uscirà il 15 novembre per Mondadori col titolo del film, il drammaturgo David Hare congegna una sceneggiatura perfetta, per ricchezza di spunti e quesiti morali, e gli attori fanno il resto, producendosi in una prova di concentrata bravura: a partire da Rachel Weisz, Timothy Spall, Tom Wilkinson e Andrew Scott, rispettivamente nei panni di Lipstadt, Irving e i due avvocati difensori che sposano la causa.
Il film è sottile e appassionante; la visita ad Auschwitz, per cercare prove da portare in aula, è condotta sul filo di una commozione tenuta sobriamente sotto controllo; e la protesta silenziosa dei sopravvissuti, volutamente non chiamati a testimoniare per evitare show umilianti a vantaggio di Irving, alla fine bene spiega il sottotitolo italiano, che recita «volte è necessario rimanere in silenzio per far sentire la propria voce». Specie in Gran Bretagna.
Per la cronaca: nel 2001 David Irving fece ricorso contro la sentenza, la sua domanda fu rifiutata, un anno dopo lo “storico” dichiarò fallimento.

Michele Anselmi

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