“NAPOLI ‘44”, QUELL’ATTO D’AMORE VERSO LA CITTÀ MARTORIATA. PATIERNO REINVENTA IL DIARIO DI GUERRA DI NORMAN LEWIS

La Festa di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Graham Greene considerava Norman Lewis «uno dei maggiori scrittori inglesi del Ventesimo secolo». Magari esagerava. Ma non ci sono dubbi sul fatto che “Napoli ‘44”, come sentenziò “The Saturday Review”, sia uno dei dieci libri da salvare sulla Seconda guerra mondiale. Scritto nel 1978, ma pubblicato in Italia da Adelphi solo nel 1993, “Napoli ‘44” non è un romanzo vero e proprio, nasce come diario di guerra, scritto in prima persona dallo stesso Lewis, all’epoca ufficiale del Field Security Service aggregato alla V Armata statunitense; e tuttavia, a leggerlo (o rileggerlo) nell’ottima traduzione di Matteo Codignola, emerge tutta la densità, anche romanzesca, sia pure infissa nella carne viva di un reportage in presa diretta, di uno stile asciutto, formidabile, da grande memorialista.
Bene ha fatto quindi il regista Francesco Patierno, napoletano, 52 anni, a portare sullo schermo in forma di documentario sui generis, assai creativo e d’autore, questo piccolo capolavoro letterario nel quale Lewis raccontò, rubiamo dalle note di copertina del libro, «la Napoli turbolenta delle “segnorine” e dei militari alleati, degli sciuscià e del mercato nero». Soprattutto, viene da aggiungere, l’infinita pazienza di napoli-44-locandinaun popolo “liberato” dagli anglo-americani e tuttavia condannato – perché così va quasi sempre la guerra – a mesi di fame, sete, stenti, malattie, umiliazioni, vergogne, prostituzione diffusa, ulteriori morti per bombe a scoppio ritardato piazzate dai tedeschi, perfino un’eruzione del Vesuvio. E bene ha fatto la Festa di Roma a inserirlo nella Selezione ufficiale, sia pure in una giornata ricca di titoli di forte richiamo divistico.
L’elemento di finzione, escogitato da Patierno, è una sorta di cornice: si immagine che un non più giovane Norman Lewis (in realtà lo scrittore è morto nel 2003) torni nei luoghi partenopei della sua gioventù per una sorta di affettuoso pellegrinaggio, tra nostalgia e memoria. Napoli è molto cambiata da quel 1944, grazie a Dio, e a mano a mano che l’incuriosito viaggiatore, “an englishman abroad”, riprende confidenza con strade, palazzi, cortili, lungomari, il film immerge lo spettatore nei mesi terribili della post-liberazione.
«Napoli odora di legno bagnato» annota la voce narrante di Benedict Cumberbatch (nella versione italiana sarà Adriano Giannini), e naturalmente sono alcuni brani del libro, scelti con cura, a commentare le immagini in un gioco di specchi perlopiù riuscito. Patierno intreccia brevi scene con attori girate per l’occasione, straordinario materiale proveniente dagli archivi e sequenze di film variamente sul tema (da “La pelle” a “Sciuscià”, da “Le quattro giornate di Napoli” a “Il re di Poggioreale”). Ne esce un ritratto, interessante anche sul piano antropologico, all’insegna di un palpito intimista venato di malinconia, come capita con certi amori interrotti troppo presto per il precipitare degli eventi.
Vincente Lattarullo, un avvocaticchio partenopeo sempre affamato, costretto a travestirsi da “zio di Roma” ai funerali per tirar su qualche soldo o provvista, fu davvero l’amico più caro di Lewis, il suo alter-ego: il libro spende pagine divertenti nella descrizione dell’uomo, il film lo associa a un buffo/patetico personaggio interpretato da Totò in “Napoli milionaria!” di Eduardo De Filippo.
Il 24 ottobre del 1944 Norman Lewis ricevette l’ordine di partire per Taranto, da lì si sarebbe imbarcato sulla “Reina del Pacifico” diretta a Port Said. Un fulmine a ciel sereno, perché Napoli era un po’ diventata la sua città d’elezione e d’adozione. Leggiamo nell’epilogo del libro: «Per l’ultima volta guardo negli occhi le enormi, enigmatiche statue di donne ai lati dell’ingresso di Palazzo Calabritto, e poi giù nel cortile, dove un bambino sta facendo pipì nelle fauci di un leone di pietra». Bello, no?
PS. Tornando a casa in metropolitana, dopo l’anteprima di “Napoli ‘44” alla Festa del cinema, vedo due giovanotti napoletani smangiucchiare dei panini. Li osservo con simpatia, pensando a Norman Lewis. Un attimo dopo uno dei due ha buttato per terra la carta, nel vagone pieno di gente.

Michele Anselmi

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