MERYL STREEP DIVENTA LA PIÙ FAMOSA CANTANTE STONATA. JUDE LAW (PRIMA D’ESSER PAPA) FA LO SCRITTORE DI GENIO

La Festa di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

La cantante stonata e lo scrittore geniale, ovvero Florence Foster Jenkins (1869-1944) e Thomas Wolfe (1900-1938). L’una si specchia nell’altro in questa 11ª Festa del cinema, e sembrano dirci quanto sia accidentato, tormentato, insidioso il dilemma tra passione e talento. Due storie vere, molto americane, entrambe ambientate a New York, in epoche lontane, ma messe in scena, magari non è un caso, da cineasti britannici in trasferta oltreoceano.
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Stephen Frears è di sicuro il più noto. Il regista di “Philomena” si cimenta con un altro ritratto di donna, ma il tono si fa apparentemente più leggero, quasi da commedia, sia pure con retrogusto amarognolo. La figura di Florence Foster Jenkins, appunto la cantante stonata, ha già ispirato un film passato alla Mostra di Venezia. Solo che Xavier Giannoli, nel suo “Marguerite” interpretato da Catherine Frost, cambiava nome al personaggio, ne faceva una baronessa e la immergeva nella Francia post-bellica del 1920.
Frears racconta l’ultimo anno di vita della bizzarra cantante: il 1944. Ricca, generosa e frizzante, l’ereditiera Florence Foster Jenkins intona in pubblico celebri arie liriche da soprano pensando di essere una Frieda Hempel o una Luisa Tetrazzini, invece stona orribilmente. Come una specie di Madame Bovary, è murata viva in un’illusione dalla quale fatica a uscire, anche perché, chi per interesse e chi per affetto, tutti le fanno credere d’essere brava. Il risveglio dall’illusione sarà drammatico. Il sublime e il ridicolo talvolta sono molto vicini, e tuttavia lei, forse non del tutto ignara, sosterrà anche dopo la stroncatura del “New York Post”: «La gente può anche dire che non so cantare, ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato».
Meryl Streep e Hugh Grant sono perfetti: lei nel ruolo dell’anziana cantante mitomane ma amica di Arturo Toscanini nonché mecenate generosa; lui in quelli del più giovane secondo marito, l’inglese St. Clair Bayfield, ex attore fallito con amante ufficiale e tuttavia legato da un affetto sincero alla consorte, di cui cura affari e carriera. Ma non sfigura nel confronto il più giovane Simon Helberg, che incarna un pianista squattrinato, texano e omosessuale, ingaggiato per accompagnare la cantante nelle sue esibizioni, sempre più imbarazzanti, fino al clamoroso concerto alla Carnegie Hall nell’ottobre del ‘44.

Il paradosso del canto inascoltabile che provoca sghignazzi misti ad applausi serve a Frears per impaginare una commedia svelta e frizzantina, volutamente all’antica, con affondi grotteschi, nella quale affiora via via un senso di dolente simpatia per questa donna malata di sifilide (a causa del primo marito), calva sotto la parrucca, derisa alle spalle e però spremuta da tutti. «Solo il canto senza sentimento non si perdona» teorizza infatti l’untuoso maestro di canto che la riempie di complimenti a patto di non comparire. Il film, accurato sul piano del décor, gioca tutto su questo registro buffo/malinconico, senza preoccuparsi, giustamente, di offrire una risposta alla domanda cruciale: lei sapeva di essere una schiappa o se ne infischiava allegramente?
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C’è poco da ridere, invece, vedendo “Genius” di Michael Grandage. Il genio in questione è lo scrittore Thomas Wolfe (niente a che vedere con l’autore del “Falò delle vanità”), che si impose all’attenzione della critica e del pubblico grazie al fiuto di Maxwell Perkins, editore per la Scribner’s Sons oltre che scopritore di Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway. In una plumbea New York del 1929, trafitta dalla geniusGrande Crisi, un manoscritto di mille pagine arriva sul tavolo di Perkins dopo essere stato respinto da tutti. “O Lost” è il titolo enigmatico, ma dietro quello stile rapsodico e irregolare, folto di spiazzanti digressioni, l’editore riconosce un talento esplosivo. Solo che Wolfe è esattamente come la sua scrittura: eccessivo, incontrollabile, adrenalinico, pure alle prese con una devastante storia d’amore, in buona misura anaffettivo, troppo preso da sé. Non sarà facile costringerlo a sforbiciare, pure a cambiare il titolo nel più fortunato “Angelo, guarda il passato”,
Il film è in buona misura la storia del contrastato rapporto tra l’editore e lo scrittore, che diventa quasi un figlio per Perkins, padre amoroso di quattro fanciulle e marito fedele, ma anche uomo così abitudinario da non togliersi mai il Borsalino dalla testa (salvo quando…).
Gli inglesi Colin Firth e Jude Law duettano sul filo dei cliché, lavorando molto sulla pronuncia americana, mentre Laura Linney e Nicole Kidman coprono il versante femminile incarnando due modelli di donna all’opposto. “Genius” non è un brutto film, ma dopo un po’ hai la sensazione che giri a vuoto, come se il regista, gran estimatore di Wolfe, volesse pagare un debito letterario contratto da anni.

Michele Anselmi

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