UNA RIUNIONE SINDACALE UN PO’ COME “LA PAROLA AI GIURATI” CON “7 MINUTI” PLACIDO RACCONTA UN’ITALIA SOTTO RICATTO

7 minuti

La Festa di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ottavia Piccolo come Henry Fonda in “La parola ai giurati”? Non sbaglia Michele Placido a citare il classico di Sidney Lumet a proposito del suo nuovo film, “7 minuti”, in anteprima alla Festa di Roma. Anche qui uno spazio chiuso: lì dodici giurati alle prese con un verdetto di condanna che sembra già scritto, qui undici operaie di un consiglio di fabbrica chiamate a votare entro le cinque del pomeriggio su una clausola sindacale a prima vista innocente.
Un testo teatrale di Stefano Massini, ispirato a una vicenda davvero accaduta in Francia nel 2012, approda ora sul grande schermo grazie alla determinazione di Placido, artista fumantino e spesso polemico, ma di sicuro uno che non si risparmia. Insieme al fratello Donato, si ritaglia anche un piccolo ruolo d’attore: sono i Varazzi, imprenditori del ramo tessile che hanno appena venduto a una multinazionale francese l’azienda di famiglia. Siamo a un passo dal Natale, nessuno capisce bene che cosa comporterà la cessione. Cassa integrazione? Licenziamenti? Una progressiva delocalizzazione? Invece no. La manager transalpina appena atterrata ha fretta di chiudere la partita, l’attendono per cena a Parigi: niente tagli al personale, assicura, basterà migliorare la produttività.
Ma mentre le operaie già festeggiano per strada lo scampato pericolo, ecco che Bianca, la sindacalista più anziana, riceve al termine dell’incontro cruciale coi vecchi e nuovi proprietari una richiesta inattesa. L’accordo andrà in porto se il consiglio di fabbrica accetterà quello che lì per lì a tutte appare solo un “piccolo” sacrificio: una riduzione di sette minuti, su quindici in totale, dell’intervallo a ogni fine turno di lavoro.

La fabbrica è un mondo poco o per nulla frequentato dal cinema italiano. Anche il lavoro, se è per questo. Certo, abbiamo appena visto alla Festa il drammatico “Sole cuore amore” di Daniele Vicari; e risale a qualche mese fa “Gli ultimi saranno ultimi” di Massimiliano Bruno, tratto da uno spettacolo di Paola Cortellesi. Il taglio teatrale risulta ancora più marcato in questo “7 minuti”, che Placido costruisce come una polifonica prova di attrici. Fotografia livida, poca musica, macchinari industriali, affondi dialettali romaneschi e napoletani misti all’italiano parlato dalle operaie straniere (un’albanese, un’africana, una romena). Soprattutto un senso di precarietà e di paura. Lo spappolamento di quella che fu coscienza di classe.
Più che a Ken Loach, di cui è appena uscito il doloroso “Io, Daniel Blake”, viene da pensare a certi film del marsigliese Robert Guédiguian, il regista di “Marius e Jeannette” e “Le nevi del Kilimangiaro”. Anche se Placido preferisce stare addosso alle sue operaie, largheggiando in primi piani e dettagli fisici, a enfatizzare il confronto-contrasto che si sviluppa attorno a quella “clausola” insidiosa. Sarà Bianca, dapprima isolata e pure contestata per il suo proposito di votare contro, a far notare che sette minuti in meno di intervallo, se moltiplicati per trecento operaie, equivalgono a ben novecento ore di lavoro in più al mese.
Il film, racchiuso nella misura aurea di un’ora e mezza, è una sorta di resa dei conti, una partita proletaria nel corso della quale emergono sospetti, rancori, antipatie, razzismi e pregiudizi. E intanto monta la suspense, perché la votazione è continuamente rinviata, nella consapevolezza che quella accettabile richiesta potrebbe celare un’enorme trappola.
Al pari di un capocomico, Placido orchestra la recita chiamando attorno a sé un manipolo di attrici note e meno note, da Ottavia Piccolo a Cristiana Capotondi, da Maria Nazionale alla figlia Violante, da Ambra Angiolini alla cantante Fiorella Mannoia, tutte spingendole a un ideale “punto di rottura”, affinché lo spogliarello morale risulti più drammatico, espressivo, universale. Non tutto torna nella tessitura drammaturgica, alcuni duetti risultano magari un po’ prevedibili o troppo urlati, ma si esce da “7 minuti” con una certezza: la precarietà, presunta o concreta, ci sta mangiando l’anima.

Michele Anselmi

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