PIF VA IN GUERRA PER AMORE DI FLORA (E CITA ROBERT CAPA). FIABA STORICA SULLO SBARCO DEL ’43 E IL PATTO CON LA MAFIA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Francamente non si può chiedere a Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, d’essere ciò che non può essere: cioè un autore. Miracolato dal successo di “La mafia uccide solo d’estate”, che incassò a sorpresa quasi 5 milioni d’euro, il regista/attore siciliano in questi due anni ha conosciuto la fama e fatto molta pubblicità. Con “In guerra per amore”, da oggi giovedì 27 ottobre in sala con ben 450 copie, Pif cerca il bis commerciale e può darsi che accada un altro miracolo. Il film sfodera dei pregi, usa la commedia per parlare di una storia per nulla onorevole legata all’uso che della mafia fecero gli americani (al di qua e al di là dell’oceano) per “stabilizzare” la situazione in Sicilia dopo la sbarco della V Armata nel luglio 1943, prima di risalire su per la Penisola. Fa sorridere, pure riflettere, e rappresenta anche un notevole sforzo produttivo, compiuto da Wildside e Raicinema, per utilizzo di armi, esplosioni, mezzi, divise, effetti speciali e scene di massa.
Pif, a differenza del corregionale filo-germanico Pietrangelo Buttafuoco, non si chiede se fu “sbarco” o “invasione”; però, partendo da una buffa situazione sentimentale in salsa italo-americana, trasforma la fiaba storica in una storia poco fiabesca, anche sulla base di documenti, ricerche e testimonianze. Ma avrete già letto.
Il cameriere Arturo Giammaresi, cioè Pif, si vede costretto ad arruolarsi per rintracciare nella Sicilia lontana, scossa dalla Seconda guerra mondiale, il padre dell’amata Flora, promessa in sposa al rampollo di un boss newyorkese. Solo ottenendo quel “sì” dal vecchio genitore potrà coronare il suo sogno d’amore. Ma la mafia ha le orecchie lunghe, e infatti dalla Grande Mela arriva nel paesino di Crisafullo, appena liberato senza spargimento di sangue, l’ordine di far fuori il soldatino ingombrante. Intanto, però, l’ingenuo Arturo è spinto a fare i conti con la realtà: gli americani rimettono in libertà i mafiosi arrestati e li piazzano al governo delle città siciliane, sulla base di un accordo cucinato con Lucky Luciano, ponendo le basi di quella che sarà, purtroppo, la futura Sicilia dei Vito Ciancimino, dei Michele Sindona, dei Vito Genovese.
«È una giornata storica, grazie agli americani è arrivata la democrazia» urla dal palco, in sottofinale, il pomposo mafioso nominato sindaco e già pronto a sistemarsi sotto lo scudo democristiano in chiave anticomunista. Quanto ad Arturo, se l’amore andrà per il verso giusto, chissà come andrà con l’accorata denuncia che intende sottoporre al presidente Roosevelt…
Pif “gioca” con gli stereotipi del film bellico. Ogni tanto fa il verso al Tornatore di “Malèna”, cita pari pari la celebre foto di Robert Capa col soldato yankee accucciato mentre un contadino gli indica la strada, una robert-capagiovane mamma si fa disegnare una riga sulle gambe per fingere di avere le calze. E naturalmente la butta sul folclore locale: il fascista irriducibile ma affamato con la statua del Duce dentro l’armadio, la vecchina che esibisce invece la Madonna quasi in una sfida da opera dei pupi, il cieco che “annusa” l’arrivo dei bombardieri e il suo amico per la pelle “arruso”, cioè omosessuale. Per scherzo, c’è anche un selfie ante-litteram, venuto male e sghembo, quasi a dirci – la sceneggiatura è scritta con Michele Astori e Marco Martani – che tutto torna sempre o forse per strizzare l’occhio alle platee giovanili.
«Graffiare senza ferire, pare esserne lo slogan. E nella felice convivenza di questi due elementi la vicenda trova coerenza, saldezza e proporzioni» ha scritto il critico Claudio Trionfera. In effetti, un po’ è così. Pif ha compulsato documenti (in particolare il “Rapporto Scotten”) e ascoltato giornalisti siciliani esperti di mafia (tutti ringraziati sui titoli di coda); ma poi il film si muove sul registro pop di un racconto buffo e paradossale, con trovate slapstick, affondi dialettali e cliché sicuri.
Come attore, Pif è Pif, fa sempre se stesso, sia pure in divisa ed elmetto o mentre è a cavallo di un mulo appeso a un improbabile elicottero, non essendo ancora usati all’epoca in scenari di guerra. Però, rispetto ai livelli da filodrammatica di “La mafia uccide solo d’estate”, tutti paiono recitare meglio: da Miriam Leone ad Andrea Di Stefano, da Stella Egitto a Maurizio Marchetti, per dirne solo alcuni. E si apprezza, pur nella cine-convenzione, l’uso dell’inglese in alcune sequenze.

Michele Anselmi

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