OCCHIO: L’ALCOLISTA VOYEUR SPIA TUTTI. “LA RAGAZZA DEL TRENO” COME “LA FINESTRA SUL CORTILE” IN MOVIMENTO? MAGARI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Nel genere era ben più avvincente “L’amore bugiardo” di David Fincher, quel thriller del 2014 interpretato da Ben Affleck e Rosamund Pike. Ma vedrete che “La ragazza del treno”, in sala da giovedì 3 novembre con 01-Raicinema, sarà di sicuro un successo. Il romanzo di Paula Hawkins ha venduto oltre 15 milioni di copie nel mondo, di cui circa 600mila in Italia, e l’ennesima ristampa fatta da Piemme, ora col manifesto del film in copertina, favorirà la “sinergia”. Anche se, come spesso capita con i best-seller all’insegna della suspense erotico/poliziesca, molti sanno già come va a finire.
Oddio tanto ragazza non è, “la ragazza del treno”. Emily Blunt, l’attrice britannica che l’interpreta, ha 33 anni, e anche se un po’ l’imbruttiscono per farla vagamente aderire al modello letterario, è pur sempre una donna fatta, con una storia professionale e sentimentale alle spalle e un presente a pezzi, causa alcolismo che la sta devastando. Nel trasferire la vicenda dall’Inghilterra agli Stati Uniti, il regista americano Tate Taylor, quello di “The Help”, non altera però nomi e situazioni, semplicemente fa salire la sua Rachel sul treno locale per pendolari che unisce il sobborgo di Ardsley-on-Hudson a Manhattan, neanche mezz’ora di viaggio.
La storia la sapete. Disoccupata da un anno, mollata dal marito, sempre più sciatta e avvinta alla bottiglia, la giovane donna ogni mattina finge di andare normalmente al lavoro per non insospettire l’inquilina; in realtà passa le ore su quel treno, osservando, quasi con scrupolo voyeuristico, quanto le passa davanti. Specialmente, nei pressi di quella che fu la sua sorridente villetta in Beckett Road quando era sposata con Tom, una coppia sulla veranda che le sembra amorosamente perfetta: per sesso, tenerezze, gesti, volti sorridenti.
Non è così, e presto, nel manifestarsi di allucinazioni e amnesie, Rachel dovrà fare i conti con due poliziotti, un po’ cretini all’apparenza, che la sospettano di avere a che fare con la scomparsa di quella Megan così golosamente spiata e invidiata. Poi c’è Ann, la seconda moglie di Tom e madre di una bambina, che si sente “molestata” da Rachel e ne parla al marito, il quale, però, conosceva anche la sensualissima Megan.
Ci fermiamo qui, perché “La ragazza del treno”, nella riscrittura per lo schermo di Erin Cressida Wilson, confonde per bene le acque secondo le regole del thriller psicologico, un po’ bluffando e un po’ barando, in modo da spiazzare continuante lo spettatore ignaro e incuriosire chi già conosce la storia. E tuttavia, siccome il sesso sfrenato/malato molto conta in questa vicenda di realtà e apparenza, bugie e verità, fanno un po’ sorridere le minuziose accortezze usate dal regista nell’impaginare amplessi bollenti e acrobazie erotiche: c’è sempre un oggetto o un albero che nasconde le nudità femminili, probabilmente per evitare divieti ai minori.
Pare di capire che le tre donne, cioè l’alcolista Rachel, la viziosa Megan e l’insoddisfatta Ann, siano proiezioni di un modello femminile contemporaneo scomposto dall’autrice del romanzo per ricomporlo strada facendo nell’incedere degli eventi. Il film si vede con moderata curiosità, risulta esteticamente molto accurato, la musica di Danny Elfman introduce una sorta di inquietudine hitchcockiana da “Finestra sul cortile” in movimento, e tuttavia s’è visto di meglio in materia.
Emily Blunt, poco truccata, un po’ sciatta, ma non ingrassata e gonfia come la Rachel sulla pagina scritta, è vittima e carnefice allo stesso tempo; Rebecca Ferguson rende Ann una “casalinga disperata” sempre sul punto di esplodere; mentre i maschietti faranno di sicuro il tifo per la notevole Haley Bennett, che nel ruolo di Megan prova a sedurre ogni uomo che le capita a tiro, perfino il suo psicoanalista.

Michele Anselmi

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