SE L’AVETE PERSO, RECUPERATE A OGNI COSTO “UN PADRE, UNA FIGLIA”. IL CINEMA MORALE DI MUNGIU, UNA LEZIONE PER I NOSTRI REGISTI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ho visto con colpevole ritardo, grazie ai recuperi permessi a Roma dal sempre benedetto cinema parrocchiale Tiziano, “Un padre, una figlia” del romeno Cristian Mungiu. Premiato a Cannes 2016 alla voce miglior regia e uscito in Italia con la Bim, il film è di quelli che colpiscono duro: per la storia che racconta, per la complessità dei dilemmi etici, per lo stile asciutto e meditato, per la prova stupenda degli attori, per l’uso accorto della musica (solo diegetica, cioè che viene dall’interno di una scena, mai in chiave di colonna sonora).
Andrebbe visto insieme a “Io, Daniel Blake” di Ken Loach e “La ragazza senza nome” dei fratelli Dardenne, non per farsi del male, come qualcuno ironizzerà di certo, ma per cogliere la forza espressiva di tre autori da sempre dediti a riflettere, con cocciuta determinazione e poetica ispirazione, sulla realtà che li circonda. Un operaio quasi sessantenne disoccupato per Loach, una medica trentenne per i Dardenne, un chirurgo cinquantenne per Mungiu; e soprattutto un’Europa che sembra cadere a pezzi, tra inerzie burocratiche, responsabilità fuggenti, echi di socialismo reale.
La storia di “Un padre, una figlia” è stata benissimo riassunta dalla collega Marianna Cappi su “MyMovies”. Così: “Romeo Aldea è medico d’ospedale una cittadina della Romania. Per sua figlia Eliza, che adora, farebbe qualsiasi cosa. Per lei, per non ferirla, lui e la moglie sono rimasti insieme per anni, senza quasi parlarsi. Ora Eliza è a un passo dal diploma e dallo spiccare il volo verso un’università inglese. È un’alunna modello, dovrebbe passare gli esami senza problemi e ottenere la media che le serve, ma, la mattina prima degli scritti, viene aggredita brutalmente nei pressi della scuola e rimane profondamente scossa. Perché non perda l’opportunità della vita, Romeo rimette in discussione i suoi principi e tutto quello che ha insegnato alla figlia, e domanda una raccomandazione, offrendo a sua volta un favore professionale”.
In effetti, di favore in favore tutto s’incasina nella vita del chirurgo già preso di mira, sia sul piano sentimentale sia sul piano morale: ne esce il ritratto di un rassegnato anti-eroe, incarnato con perfetta adesione psico-fisica da Adrian Titieni, che pensava di poter cambiare la Romania dopo la fine tragica di Ceausescu e invece la Romania lentamente ha cambiato lui. Da vedere assolutamente se lo trovate ancora in sala o presto in dvd.
Per l’occasione recupero un’istruttiva, profonda e ben scritta intervista che lo scrittore Paolo Giordano dedicò qualche mese fa, su “La Lettura” del “Corriere della Sera”, a Cristian Mungiu, il regista di film come “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”, “Oltre le colline” e appunto questo “Un padre, una figlia”. L’autore di Bucarest, classe 1968, parla di sé, del proprio cinema, del confine tra giornalismo e cinema, di spunti estetici e sociali, di figli e di padri. Ma alcuni passaggi dell’ampia conversazione sembrano saggi consigli ai registi, non solo italiani, che non sanno resistere alla tentazione di scavalcare troppe frontiere. Come questo, ad esempio.
Giordano dice: «Eppure molti registi italiani ambiscono a girare i propri film negli Stati Uniti, e lo fanno». Risposta: «Non solo gli italiani. Ma guardando i loro film “americani” pensi davvero che siano migliori di quelli italiani? Io direi di no. Se ti muovi fuori da ciò che conosci bene, finirai probabilmente per costruire qualcosa che vive sul margine della realtà. Vero, negli Stati Uniti ci sono degli attori fantastici, ma devi conoscere a fondo ciò di cui parli. Se fossi capace di trovare quello che cerco là, ci andrei. Ma vivo tra queste strade».
E ancora, a proposito di un uso gasato, spropositato e insensato della musica nel cinema, tipico degli italiani ma non solo, ecco come la pensa Mungiu: «All’interno della manipolazione (si parlava di piani-sequenza, ndr) ci sono un’infinità di altre scelte che puoi prendere e che costituiscono il tuo discorso personale. Per esempio, se mettessi la musica dentro un mio film e le emozioni fossero veicolate da quella musica, mi vergognerei. Prima di girare “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” ho messo in discussione tutte le scelte normali che si fanno da registi. Mi chiedevo il perché di ogni passaggio, rifiutavo gli automatismi. Puoi ottenere ritmo anche senza un montaggio rapido? Puoi arrivare all’emozione anche senza i violini? Lo stile è il risultato delle innumerevoli piccole scelte che compi». Già.

Michele Anselmi

Lascia un commento