BELLOCCHIO DIVENTA POP-VELTRONIANO CON “FAI BEI SOGNI”. 50 ANNI DOPO “I PUGNI IN TASCA” LA MADRE NON È PIÙ DA UCCIDERE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Curioso, no? Nel 1965 Marco Bellocchio debuttò con un film, “I pugni in tasca”, in cui il protagonista ribelle ammazzava la madre buttandola in un burrone. Mezzo secolo dopo il cineasta piacentino porta sullo schermo il best-seller di Massimo Gramellini “Fai bei sogni” e la storia in buona misura si rovescia. Qui il protagonista deve compiere un lungo e doloroso viaggio dentro se stesso per colmare proprio il vuoto abissale prodotto dalla morte della madre, in circostanze mai davvero chiarite, quando lui aveva solo nove anni.
Non che Bellocchio si sia fatto più buono. Semplicemente, dopo il piccolo e molto personale “Sangue del mio sangue”, ha accettato volentieri di girare un film “su commissione” (producono Beppe Caschetto con Raicinema, nelle sale da giovedì 10 novembre) tratto da un libro di grande successo, a forte intensità emotiva. A volte sono i film migliori. Per dire, il poliziesco “Inside Man” è tra i più riusciti di Spike Lee, proprio perché sgravato di bellurie estetiche e ossessioni ideologiche, ma non per questo meno personale.
Non succede purtroppo con “Fai bei sogni”, anche se Bellocchio, nello scrivere il copione con Edoardo Albinati e Valia Santella secondo la formula classica “liberamente ispirato”, naturalmente inserisce nella traiettoria del racconto di formazione spunti, suggestioni e temi che gli sono cari. Lo fa quasi con l’aria di voler “raffreddare” la materia o di prendere un po’ di distanza dalla pagina scritta. Siccome c’è di mezzo una cruciale rivelazione (ben nota a chi abbia letto il libro da 1 milione di copie vendute) sarà bene stare sulle generali, anche per non guastare la sorpresa, quantunque Bellocchio faccia di tutto per suggerirla nel corso dei 133 minuti di film.
Il vero Massimo Gramellini, firma storica del quotidiano “La Stampa”, già vicedirettore e sempre titolare della fortunata rubrica “Buongiorno”, diventa semplicemente Massimo nella variazione cinematografica: da grande lo incarna Valerio Mastandrea, da piccolo Nicolò Cabras, da adolescente Dario Delpero. Come il personaggio, un torinese doc, riesca con l’età a perdere l’erre moscia e acquistare una leggera cadenza romana è problema da non porsi. D’altro canto è noto che a Bellocchio non piacciono granché i giornalisti, salvo poi convocarli con cura se ha qualcosa da promuovere.
«I giornalisti sono obbligati a correre dietro all’attualità, mentre invece io marcio in direzione opposta. È il mio destino: ho bisogno di riflettere, approfondire. Invece voi (i giornalisti, ndr) siete obbligati spesso a scrivere la prima cosa che vi viene in mente. E spesso non è quella più profonda» sanzionò il regista, presentando il suo film a Cannes, lo scorso maggio, nella sezione Quinzaine des réalisateurs. Magari si spiega così lo svogliato interesse nel descrivere l’ambiente, a partire dalla pessima parentesi ambientata a Sarajevo durante la guerra. Ormai asceso a inviato di punta della “Stampa”, Massimo si immerge con sguardo cinico nella ferocia circostante. Non che gli piaccia «vivere pericolosamente», come teorizza l’ adrenalinico collega fotoreporter interpretato da Pier Giorgio Bellocchio; ma poi fotografa anche lui un bambino, intontito da un videogioco, spostato ad arte accanto alla nonna morta in un lago di sangue per migliorare l’effetto dello scatto.
Il complesso andirivieni temporale, tra il 1969 e il 1999, serve al regista per mettere a fuoco l’ulcerata personalità del protagonista: dapprima avvinto come l’edera alla mamma bella e premurosa, poi allevato da un padre anaffettivo e autoritario che colleziona busti di Napoleone, infine giornalista di successo in preda ad attacchi di panico e con vita sentimentale irrisolta.
Abbondano, un po’ veltronianamente, le citazioni: da “Canzonissima” a “Belfagor, il fantasma del Louvre”, dai tuffi di Klaus Dibiasi ai simboli granata del Toro, da “Time After Time” di Cyndi Lauper a “Highway Star” dei Deep Purple. La stagione di “Mani pulite”, con Di Pietro in tv all’apice del successo, introduce l’episodio sull’imprecisato “presidente” in odore di corruzione, annoiato e facoltoso, pronto a farsi saltare le cervella quando bussa la Guardia di Finanza. Massimo stava parlando con lui, chiama il giornale, non sa cosa scrivere, ma dall’altra parte della cornetta il direttore gli urla: «Hai il suicidio in diretta, è la tua grande occasione». Appunto.
Si ha la sensazione, vedendo “Fai bei sogni”, che Bellocchio non sia granché interessato alla vicenda, in buona misura la usa (a tratti la svuota o ne fa un controcanto ironico) con l’aria di chi si produce in un esercizio di stile vagamente pop, da cinema per grande pubblico. Probabile che l’operazione abbia successo al botteghino, e certo il cast è di prima mano: Mastandrea, appunto, le francesi Bérénice Bejo ed Emmanuelle Devos, Fabrizio Gifuni, Miriam Leone, Guido Caprino, Barbara Ronchi, Giulio Brogi, Piera Degli Esposti, Roberto Di Francesco. Non poteva mancare Roberto Herlitzka, e naturalmente il film s’impenna quando l’attore appare nei panni di un disincantato prete-professore. «Dio ci deve essere, per dare un senso alla nostra esistenza» replica all’adolescente Massimo, devoto consumatore seriale di ostie, che gli pone dilemmi sul prima della Creazione. Il ragazzino orfano della mamma insiste. Il sacerdote sorride: «Il solo modo per avere una risposta è continuare a fare le domande». Forse.

Michele Anselmi

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