Fai bei sogni. Creature della luce e della notte, dalla Storia al Cinema

Nella prima parte di Fai bei sogni, l’ultimo film di Marco Bellocchio, è sorprendente la quantità di inquadrature che recano, ai propri margini o sullo sfondo, icone religiose. Ciò è segno di una cura e di un’attenzione formale nei confronti dell’immagine che risulta essere costantemente elaborata e mai lasciata al caso, sinonimo indelebile di un lavoro pittorico che mette insieme tematiche sociali a bellezza di natura eidetica (considerando la radice del termine). Non c’è un’immagine che scampi ad una certa tensione etica, così come il protagonista del film, da bambino e dopo la morte della madre, cerca il Dio che gliel’ha sottratta, identificandolo nella luce che, probabilmente, è la caratteristica che più manca al film tratto dal romanzo di Massimo Gramellini. Le atmosfere sono cupe, la religiosità opprime le immagini che, tuttavia, restano grigiastre, laiche, concentrate sugli esseri umani che le popolano, travestiti da animali sociali ma che, più volte, vengono smascherati dal protagonista, interpretato da un intenso Valerio Mastandrea. Dalla scena del funerale, che sancisce la morte della madre e di una modalità di concepire la vita, vittima anch’essa di una buona dose di omologazione sociale, fino al luciferino uomo ricco interpretato da Fabrizio Gifuni, la cui integrità dura pochissimi minuti.

La Storia deflagra in mille schegge in Fai bei sogni, accostandosi all’intimismo della vicenda vissuta dai suoi protagonisti. Scorre lungo gli argini dei mezzi di comunicazione, come fosse un semplice riflesso, venendo, sovente, attraversata e realmente vissuta nell’ambito di particolari plot-point. Frammenti di eventi e personaggi misteriosi appaiono e si congiungono, vengono restituiti dalle finestre-sul-mondo, si riflettono vicendevolmente e finiscono per mescolarsi, come materia vivente e plasmabile. Quest’ultimo film di Bellocchio è una giostra di fantasmi i cui numi tutelari sono Belfagor e Nosferatu, creature della notte, volti iconici e macchinici, che rappresentano la totale assenza umana ma che si ergono a consiglieri del piccolo Massimo. Il cinema stesso, con le sue ombre e le sue apparizioni, vive nella narrazione seriale e nel racconto spezzato di Fai bei sogni, che applica un costante ridimensionamento dell’ambiente familiare. Dall’intero appartamento ad un semplice cerchio in cui lasciarsi andare, per una volta, e ballare, rivivendo emozioni mai più provate dopo la morte della madre. Fino ad una scatola di ricordi in cui rinchiudersi, nella placidità di un sogno, ed evadere. E fuggire la transitorietà della vita. Che è un po’ quello che si fa al cinema, dove si sogna di svegliarsi per le due ore del film e di fuggire l’assenza che ci perseguita giorno dopo giorno.

Matteo Marescalco

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