ESCE “KNIGHT OF CUPS” DI TERRENCE MALICK, IL “CINE-FILOSOFO”. CONFESSO: HO RESISTITO AL PASTROCCHIO POCO PIÙ DI UN’ORA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Giuro: ci ho provato. Ho provato a vedere con animo sgombro da pregiudizi “Knight of Cups”, il nuovo-vecchio film del guru Terrence Malick, perfino rinunciando a una delle mie serie tv preferite del lunedì, cioè “Motive”. Non ci sono riuscito: dopo 65 minuti, su 118 totali, ho ceduto. Alla noia, all’inconsistenza, alla verbosità, alla supponenza, al sonno soprattutto, e me ne sono andato. Non si fa, lo so.
Malick per molti è intoccabile, un gigante del cinema, un filosofo travestito da regista, e tuttavia, a parte il suo primo film che parecchio ancora mi piace, ossia “La rabbia giovane”, fatico ad aderire al massiccio culto cinefilo. Fui svillaneggiato quando scrissi, dopo “The Tree of Life”, che «con Malick passi la prima mezz’ora a chiederti quando comincia il film e la seconda ora e mezza a chiederti quando finisce». Era una battuta, naturalmente, da non prendere alla lettera. O forse sì nel caso di questo “Knight of Cups”, passato a Berlino 2015 e da mercoledì 9 novembre nelle sale italiane con Adler.
Il titolo allude al Cavaliere di Coppe nelle carte dei Tarocchi, ma non vale la pena, francamente, di spremersi le meningi più di tanto per cogliere il senso della scelta (peraltro è un titolo difficile da pronunciare al botteghino). La storia è suppergiù questa, ricopio da una nota sotto il trailer italiano: «Il film segue l’odissea di Rick, scrittore errante tra le luci di Los Angeles e Las Vegas, alla ricerca di amore e di se stesso. Nonostante si stia muovendo all’interno di un mondo fatto di ville, resort, spiagge e locali, alimentato dal desiderio e dal piacere, Rick è alle prese con un difficile rapporto con il fratello e il padre. La sua missione, volta a rompere l’incantesimo della sua disillusione, lo porta ad affrontare una serie di avventure con 6 donne seducenti: Della la ribelle; la sua ex moglie dottoressa; Helen la modella; una donna a cui aveva fatto male in passato, Elizabeth; Karen la spogliarellista vivace e spensierata; e l’innocente Isabel, che lo aiuterà a trovare un modo per andare avanti. Rick si muove stordito in uno strano e travolgente paesaggio ipnotico, ma riusciranno la bellezza, l’umanità e i ritmi della vita intorno a lui a svegliarlo da questo torpore?».
Il torpore, in realtà, rischia di passare dal personaggio, incarnato da uno stordito e spettinato Christian Bale, allo spettatore, ma questo è un altro discorso. Tutti, a Hollywood, fanno a gara per girare qualcosa con Malick, fa figo, poi magari se ne pentono. Qui c’è un cast da favola: accanto a Bale appaiono Cate Blanchett, Imogen Poots, Freida Pinto, Natalie Portman, Teresa Palmer, Isabel Lucas, Brian Dennehy, Wes Bentley, Antonio Banderas, più altri in comparsata amichevole come Ryan O’Neal, Jason Clarke, forse Ben Affleck.
Costruito come un “flusso di coscienza”, tra passeggiate in riva al mare, riprese subacquee, ville e feste esclusive contrapposte alla tragica vita di barboni malati e senza tetto, il film sfodera pensose voci fuoricampo che scandiscono perle di questo tenore: «Non riesco a ricordare chi volevo essere da giovane. Avevo paura della vita. Chi paga per essa?”»; oppure: «Tutti questi anni a vivere la vita di qualcun altro che neanche conoscevo»; e ancora: «Vedete le palme… Le palme ci dicono che tutto è possibile».
Risulta che, durante le riprese, gli attori non abbiano ricevuto la sceneggiatura né prima né durante le riprese, ma soltanto indicazioni da Malick sulla scena che stavano per girare ed il personaggio da interpretare. Sicché nessuno ha capito bene di che cosa parlasse il film sino alla prima proiezione pubblica. Sospetto anche dopo. Non a caso, “Knight of Cups” è rimasto per ben due anni in sala di montaggio, in un frenetico turn-over di montatori nel corso della post-produzione.
Essendo una storia sull’irresolutezza esistenziale, il sesso, la ricchezza e il senso della vita, uno spettatore normale si aspetta che prima a poi qualcuno di quei bravi attori cominci a recitare. Non succede. E si vede. Però il terremoto iniziale è ben girato, anche se non proprio di buon augurio. Alla resa dei conti molto meglio, grazie agli scorci frastornanti e agli effetti speciali, il documentario sulla Creazione “Voyage of Time”, passato lo scorso settembre alla Mostra di Venezia.

Michele Anselmi

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