LO SBIRRO CON LODEN E CLARKS TRA LE NEVI IN VAL D’AOSTA. VISTO IN TV ROCCO SCHIAVONE, PIÙ GENTLY CHE MONTALBANO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

E già. «Le donne sono il piatto degli dei, se a condirlo non è il diavolo». Rocco Schiavone parla così, nei romanzi polizieschi di Antonio Manzini e pure nella serie tv diretta da Michele Soavi. Incarnato da Marco Giallini, coi capelli tinti quel tanto che basta per ringiovanirlo, l’eterodosso vicequestore romano trasferito ad Aosta per punizione ha debuttato mercoledì 9 novembre su Raidue col suo loden e le sue Clarks. Sei puntate di circa 100 minuti l’una, sfruttando l’intero armamentario di casi finora inventati per Sellerio da un ex bravo attore diventato giallista da best-seller.
Avendo lo stesso Manzini contribuito a sceneggiare la serie, il risultato non deluderà i fan dello sbirro vedovo e intrattabile, che si fa golosamente le canne in Questura alla faccia di Giovanardi, Quagliariello e Gasparri che protestano invocando censure, manda tutti a quel paese, continua a gestire affari poco leciti coi suoi amici della Capitale, non sopporta le rotture di coglioni in generale, ma soprattutto quelle del decimo livello, cioè gli omicidi sul groppone.
L’avventura d’esordio, che coincide col primo romanzo pubblicato nel 2013, ovvero “Pista nera”, è servita per inquadrare il personaggio, nella prospettiva comprensibile di soddisfare i lettori della serie, comunque tanti, e insieme incuriosire il pubblico generalista di Raidue. L’idea è di creare una sorta di anti-Montalbano, più livido e incazzoso, anche perché trapiantato lassù in Val d’Aosta dove fa freddo e nevica di brutto, ma capace egualmente di far breccia nel cuore degli spettatori con la sua ruvida franchezza.
Riuscirà l’impresa? Probabilmente sì, pur nella differenza degli ascolti rispetto a Raiuno. Il poliziesco tira in tv, Raidue s’è caratterizzata da tempo come rete attenta al genere, e Schiavone ha tutto da guadagnare nell’umanizzarsi strada facendo. In fondo, a pensarci meglio, c’è qualcosa dell’ispettore Gently (ogni venerdì sera su RaiPremium le repliche della serie inglese) in questo vicequestore lesto a riconoscere le bugie altrui, vedovo ma non proprio innocente, tumefatto dagli eventi, disposto a dare qualche sganassone se serve, ancora piacente e non insensibile al fascino femminile.
Una certa aria da noir nordico, anche per via dei panorami innevati, offre al regista Soavi lo spunto per raffreddare i colori e le psicologie, tenere sotto controllo la macchietta dialettale nel reparto “sottoposti”, mentre la crudezza realistica, un po’ alla “Csi” e derivati, serve a ricordarci che si fa sul serio: la morte puzza, fa vomitare, è sangue e putridume.
«La giustizia è un concetto del tutto umano. E come tutte le cose umane, spesso sbaglia» filosofeggia Schiavone alla fine del primo episodio. Poco prima che lo spettatore non informato dei fatti scopra che Marina, ovvero Isabella Ragonese, la moglie premurosa e solare incuriosita dalle parole desuete, è una presenza fantasmatica, irreale, essendo la donna morta da tempo in circostanze tragiche (il 7 luglio del 2007, come sanno gli aficionados).
Venerdì il secondo caso. Giallini va sul sicuro, forse portando qualcosa di sé nel personaggio del poliziotto sgualcito destinato ad addolcirsi nel tempo; gli interpreti sono scelti con una certa cura; la canzone in inglese sui titoli di testa invece è del tutto incongrua.

Michele Anselmi

Lascia un commento