GLI “ANIMALI NOTTURNI” TORNANO SEMPRE SUL LUOGO DEL DELITTO. LA VENDETTA GLAMOUR SECONDO TOM FORD, TRA CHIC E BALORDI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Era uno dei film più attesi della Mostra del cinema di Venezia 2016, non fosse altro perché segna il ritorno alla regia dello stilista texano Tom Ford a sette anni da “A Single Man”, premiato proprio al Lido con una Coppa Volpi. Alla base di “Animali notturni” c’è un romanzo dello scomparso Austin Wright, edito da Adelphi col titolo “Tony & Susan”, anche se Ford se lo cuce addosso trasformandolo in un racconto di vendetta articolato su tre piani, anche temporali, in un ambiguo puzzle di coincidenze e indizi, dialoghi sull’arte e atmosfere noir.
“Animali notturni”, in originale “Nocturnal Animals”, nelle sale dal 17 novembre, prende il titolo dal romanzo che uno scrittore texano, Edward, spedisce all’ex moglie Susan, facoltosa gallerista alla moda specializzata in esposizioni “cool” (nell’incipit suggestivo, a effetto, c’è un ballo di ciccione nude alla Botero che ha destato qualche perplessità tra i critici), perché lo legga per prima. I due non si sentono da una ventina d’anni. Ma l’uomo sta per tornare in città e così lei, incuriosita dalla dedica e stanca del secondo marito che la tradisce allegramente, si mette a leggerlo. A quel punto, quasi in un gioco di specchi deformati e allusivi, la materia fosca del romanzo entra nell’esistenza insoddisfatta della donna. Che ricorda ad un’amica: «Il mio ex marito mi chiamava “animale notturno”».
Vi chiederete cosa racconta il romanzo nel romanzo. Un’atroce storia di sequestro sulle strade notturne del Texas. Tre balordi fermano la Mercedes di un timido professore partito per una vacanza con moglie e figlia adolescente. Le due donne vengono stuprate e uccise, l’uomo si salva e si affida a uno sceriffo, che scopriremo malato di tumore e quindi deciso ad acciuffare a ogni costo il terzetto omicida prima di morire. Vendetta chiama vendetta, mentre Susan deve fare i conti, scorrendo quelle bozze, con fantasmi, ipocrisie e bugie della propria vita. Algida e dorata, elegantissima epperò vuota.
Edward e Tony sono interpretati dallo stesso Jake Gyllenhaal, con barba e senza barba, a marcare gli anni passati; la molto chic Susan è Amy Adams, che fece il bis al Lido insieme ad “Arrival”; lo sceriffo sofferente e spilungone è lo straordinario Michael Shannon che si mangia tutti.
«Questa storia parla di lealtà, dedizione e amore in una cultura sempre più “usa e getta”, dove tutto, incluse le relazioni, può essere buttato via facilmente» spiega Tom Ford. Il film è insinuante, disturbante, ben recitato, smaltato dalla fotografia di Seamus McGarvey e bombardato dalla musica hitchcockiana di Abel Korzeniowski: tutto molto glamorous e feroce allo stesso tempo. Ma resta un senso di incompiutezza, quasi di frigidità, da cinema che, appunto, si guarda soprattutto allo specchio: proprio come Susan in sottofinale nel prepararsi con cura, capelli rossi e abito verde, per la cena cruciale che riserverà un’amara sorpresa. In ogni caso, nel suo genere da thriller psicologico, molto meglio di “La ragazza del treno”.

Michele Anselmi

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