“YO-YO MA E I MUSICISTI DELLA VIA DELLA SETA”: IMPERDIBILE SE LA MUSICA SUPERA LE FRONTIERE E RIMUOVE I PREGIUDIZI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Un consiglio per l’acquisto, per dirla alla vecchia maniera di Maurizio Costanzo. Il 24 novembre arriva in sala, targato I Wonder Pictures, un documentario che si chiama “Yo-Yo Ma e i musicisti della Via della Seta – The Music of Strangers”, di Morgan Neville, 96 minuti. Rischia, nell’affollarsi dei film in uscita, di passare inosservato, e sarebbe un vero peccato. Perché racconta, in un mix perfetto di note, riflessioni e interviste, un’esperienza in buona misura unica, anche se, per certi versi, assimilabile a quella della nostra Orchestra di Piazza Vittorio.
Saprete certamente chi è Yo-Yo Ma, violoncellista cinese, 61 anni, nato a Parigi e cresciuto negli Stati Uniti: uno dei più famosi al mondo, per tocco e interpretazione, e tuttavia anche musicista libero da pregiudizi, capace di praticare i cross-over più spregiudicati, cimentandosi con “generi” diversi, senza timore di scandalizzare i puristi (tra le sue cose più intense, a parere di chi scrive, il disco “Appalachia Waltz” con Edgar Meyer e Mark O’Connor).
Bene, già da tempo stanco di eseguire il solito repertorio classico per cui veniva lautamente pagato, il violoncellista riunì nel 2000 a Lennox, in Massachussetts, un nutrito gruppo di musicisti venuti da tutto il mondo, chiamandolo Silk Road Ensemble, a evocare le antiche rotte commerciali che congiungevano Asia, Africa ed Europa. Un esperimento un po’ a rischio, tanto è vero che sentiamo dire nell’incipit del film: «Era come il “Progetto Manhattan” della musica, nessuno sapeva cosa sarebbe successo». Invece venne fuori della buona musica, divertente per chi la eseguiva e appassionante per chi l’ascoltava, soprattutto la dimostrazione che dall’intersezione di diverse culture e tradizioni può scaturire qualcosa di nuovo, alla faccia dei giudizi più sospettosi.
Negli ultimi tre lustri il Silk Road Ensemble si è riunito più volte, tenendo spettacoli nelle più diverse località del mondo, trasformandosi in un collettivo aperto (sono più 50 gli elementi tra strumentisti, compositori, cantanti, arrangiatori), in una sorta di utopia realizzata e al tempo stesso in divenire.
Il regista americano Neville, già premio Oscar per “20 Feet from Stardom” e cineasta specializzato in ritratti musicali, da Muddy Waters a Johnny Cash e Hank Williams, isola alcune delle storie personali, in modo da offrire un controcanto umano all’ascolto della musica. In particolare dà la parola, oltre che all’animatore Yo-Yo Ma, a quattro pilastri del collettivo, che sono l’iraniano Kayan Kalhor, la cinese Wu Man, la galiziana Cristina Pato e il siriano Kinan Azmeh. Ciascuno di essi suona uno perlopiù strumento di derivazione tradizionale: una specie di violino chiamato “kamancheh”, il liuto cinese detto “pipa”, la cornamusa galiziana detta “gaita”, il clarinetto & affini. Ma l’incontro dei suoni è melodioso, non risulta mai forzato, tutt’altro che una cosa di testa. Poi ci sono le loro storie personali, a volte tragiche, tra vessazioni politiche e “rivoluzioni culturali”, omologazioni consumistiche e violenza bellica, e qui, nel racconto filmato che registra il passaggio del tempo sulle facce e i capelli dei musicisti, il documentario dà il meglio di sé, pure con toni aspri e dolenti, non rassicuranti.
Magari, a tratti, verrebbe voglia di ascoltare più musica, di vedere quei prodigiosi artisti all’opera sul palco. Ma “Yo-Yo Ma e i musicisti della Via della Seta” non è un film-concerto, suggerisce qualcosa di più profondo. Che cosa? Questo: «Se si cerca di uccidere lo spirito umano, lo spirito umano risponde vendicandosi con la bellezza».

Michele Anselmi

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