Il segreto di Pulcinella, un viaggio-denuncia nella “terra dei fuochi”

«Segreto di Pulcinella» è un’espressione idiomatica della lingua italiana: viene usata per indicare un segreto che non è più tale, qualcosa che è diventato di pubblico dominio nonostante i tentativi di tenerlo nascosto da parte di chi lo detiene. Quest’espressione, per certi versi, è molto simile ad un altro idiomatismo, questa volta, però, tipico della lingua inglese: «elefante nella stanza» indica una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene minimizzata o addirittura ignorata. L’idea alla base dell’espressione è che un elefante all’interno di una stanza sarebbe impossibile da non notare. Le persone presenti, quindi, fanno finta di non vederlo in modo tale da evitare di affrontare un problema serio.

Mary Griffo, co-fondatrice della Socialmovie s.r.l., società di produzioni e distribuzioni cinematografiche, ha sfruttato l’espressione «segreto di Pulcinella» come titolo per il documentario incentrato sulla “terra dei fuochi” che ha scritto e diretto. Il lavoro della Griffo inizia con una serie di totali sulla città di Napoli: una terrazza affacciata sul panorama, le case, il golfo, il porto ed il Vesuvio sullo sfondo, con il sole che si appresta a sorgere e a svegliare un’intera città dal profondo sonno notturno. Ma il vero incipit del documentario, a ben vedere, è affidato a Bruno Leone, che da quasi vent’anni indossa ‘o cammesone di Pulcinella e prolunga la tradizione che risale a girovaghi e saltimbanchi medievali. Leone è il burattinaio che fa da collante ai diversi punti di vista che il documentario presenta e da raccordo alle varie interviste. In un certo senso, è l’anima stessa di Napoli, rappresentata da una maschera della Commedia dell’arte, per l’appunto quella di Pulcinella, a farsi inserto diegetico e a raccontare la storia della propria passione.

«C’era una volta un re, anzi no. C’era una volta un regno chiamato Campania Felix, dove la terra era fertile e bellissima e la gente aveva tanta roba buona da mangiare ed era felice». Uno degli aspetti più riusciti del documentario risiede nell’atmosfera fiabesca che lo caratterizza. Sarà proprio il burattino Pulcinella ad anticipare le storie che poi i personaggi intervistati racconteranno, traghettando lo spettatore in una Campania Felix, quasi come fosse un luogo onirico, ormai lontano dall’attuale realtà dei fatti. Nella gran parte dei siti compresi tra la provincia di Napoli e quella di Caserta si consuma uno dei delitti ambientali più atroci: lo sversamento illegale di rifiuti industriali tossici che vengono poi dati alle fiamme per occultare le prove, provocando inoltre un notevole livello di inquinamento atmosferico. Per tale ragione, il tasso di malattie tumorali che colpiscono gli abitanti della zona è pericolosamente elevato. Secondo una ricerca condotta dall’Istituto superiore di sanità ci sarebbe un eccesso di mortalità e di ospedalizzazione nella popolazione residente nella “terra dei fuochi” per diverse patologie tumorali di cui soffrono anche bambini ricoverati nel primo anno di vita. Del problema si parla da anni attraverso servizi e reportage che hanno descritto il biocidio locale. L’approccio di Mary Griffo alla materia trattata è differente: l’obiettivo della regista non è unicamente la realizzazione di un documentario-denuncia, ma soprattutto di un lavoro che fosse, a tutti gli effetti, specchio della condizione umana, della fragilità dell’essere umano che vive quotidianamente in questo territorio di 1076 km2.

L’apparizione di Bruno Leone e di Pulcinella, di Carmine Schiavone e di don Maurizio Patriciello, simbolo della lotta contro la distruzione del territorio campano, simboleggiano il completamento di un quadro di cui madri che hanno perso i loro bambini e ragazzi e ragazze spaventati dal cibo che mangiano sono tante altre tessere fondamentali. Fino all’ispettore superiore della Polizia di Stato Roberto Mancini che, come un moderno Don Quijote della “terra dei fuochi”, ha provato a lottare contro i mulini a vento che massacrano il territorio campano. E che pochi altri Sancho Panza sono disposti a riconoscere.

Gli ultimi dati non sono incoraggianti, i controlli e i pattugliamenti si sono ridotti progressivamente, le denunce sono crollate e il numero di roghi nel casertano è aumentato del 10% nel 2016. Insomma, la Terra dei Fuochi è ben lontana dall’immagine iniziale dell’alba che sfiora dolcemente la città di Napoli. Che sia solo un’utopia? No, finché si lotta per assicurare un futuro migliore ai giovani e finché persiste la voglia di raccontare per mettere a nudo eventuali elefanti nelle stanze.

Matteo Marescalco

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