RULLI SI CONGEDA DAL CSC CON UN DISCORSO PIENO D’AMAREZZA «ME NE VADO, COME IN UNA SCENEGGIATURA SCRITTA MALE»

Ecco il lungo discorso col quale Stefano Rulli, lunedì 28 novembre, si è congedato dal Centro sperimentale di cinematografia, dopo non essere stato riconfermato presidente dal ministro Dario Franceschini (al suo posto sta per arrivare Felice Laudadio). Un saluto venato di amarezza, nel quale lo sceneggiatore riassume così il senso della sua uscita, per molti versi voluta dalla politica: «La festa è finita. E come in una sceneggiatura scritta male, dove tutte le cose tornano fin troppo, finisce anche la mia esperienza al Csc».

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Stefano Rulli (presidente uscente del Csc)

Ho fatto molti discorsi in questi anni e in queste aule per convegni, anniversari, saggi di diploma. Quello di oggi però è un’altra cosa. È un saluto finale, un congedo. È dunque tempo di bilanci politici, culturali ma anche personali.
Come sapete, sono stato chiamato a presiedere il CSC non perché mi ci ha voluto la politica ma il mondo del cinema e più in generale dell’audiovisivo, le sue organizzazioni, da quella dei produttori a quelle dei registi e degli sceneggiatori. Hanno ritenuto opportuno che per rilanciare questa struttura formativa e questa Cineteca Nazionale e metterle al passo con i cambiamenti avvenuti in questi ultimi decenni nel nostro campo, al vertice del Centro ci dovesse essere uno di loro, uno che i problemi del cinema li conosce dall’interno. E hanno scelto me. Non sta a me giudicare se si è trattata di una scelta felice o di una fiducia mal riposta. So solo che nel 2012 per una volta la politica ha saputo ascoltare quella fetta di società civile che si occupa di spettacolo e ha scelto di fare un passo indietro e di rispettare la sua volontà.
Io ho lavorato in questi anni al Centro Sperimentale, con la consapevolezza di una investitura che era un onore ma anche una responsabilità.
E ho provato a cambiare ciò che mi pareva necessario per rilanciare il Centro. Ad esempio, contro gli uccelli del malaugurio che profetizzavano una prossima riduzione del Centro ad Accademia con lo scorporamento della Cineteca Nazionale come corpo estraneo, ho detto no. Perché questo luogo ha una missione unica e indivisibile: quella della formazione. Di nuovi autori da una parte con la Scuola Nazionale e dall’altra di un nuovo pubblico con la Cineteca.
E a chi, di fronte alla crisi del cinema italiano, diceva che la scuola è una cosa e i problemi dell’industria del cinema, della produzione-distribuzione-promozione un’altra, ho sempre ripetuto che invece un unico filo li lega e la formazione è momento essenziale di una moderna industria dell’audiovisivo.
La scelta di ampliare l’orizzonte della Scuola Nazionale dal cinema all’audiovisivo, con nuovi tipi di insegnamento e di esercitazioni, è stata dunque una scelta non solo teorica ma pratica perché mentre il cinema è, numeri alla mano, da considerarsi come un settore industrialmente minore e quasi residuale, se considerato come parte di una più complessiva industria dell’audiovisivo acquista un rilievo socio-economico tutto diverso. Il cinema non è una meteora destinata a scomparire ma parte di una costellazione di cui rappresenta la stella più luminosa. E noi che ci viviamo dentro siamo vivi e parte di un mondo vivo che riguarda l’immaginario di milioni di persone. E anche voi che lavorate in questo Centro siete vivi e parte di una cosa viva e importante, cioè di una istituzione chiamata a porre le basi di un nuovo cinema italiano, che deve cambiare ma non deve mai perdere la memoria di ciò che è stato.
Festeggiare gli 80 anni del CSC è stata un’occasione per riflettere sul nostro passato ma anche sul nostro futuro. Che non è affatto residuale se ognuno di noi saprà rinnovarsi al passo coi tempi. E le manifestazioni così come le iniziative per gli 80 anni non devono servire a ricordare un morto ma a festeggiare una narrazione audiovisiva che cambia pelle ma sempre rinasce. Che si sdoppia, si triplica, si quadruplica per restare viva.
Con i saggi di diploma dagli anni Quaranta ad oggi presentati alla Casa del cinema e la pubblicazione di un volume sui restauri della Cineteca, cala il sipario. La festa è finita. E come in una sceneggiatura scritta male, dove tutte le cose tornano fin troppo, finisce anche la mia esperienza al CSC.
Una esperienza positiva. Certamente per il mio narcisismo di uomo di spettacolo, grazie al premio vinto a Cannes da “Lievito madre” dell’allievo Fulvio Risuleo, il Solinas 2016 per il miglior soggetto all’allieva Flaminia Gressi, e i due Leoni d’oro 2014 e 2015 per i restauri di “Una giornata particolare” e di “Salò-Sade”.
Ma anche e soprattutto come cittadino, perché qui al Centro ho sentito che si può fare. Che anche in un paese come il nostro qualcosa tutti assieme possiamo ancora farla. Magari piccola ma per noi importante. E più la politica si dimostra incapace di nuove grandi sintesi, più io sento che sta a noi società civile, nel nostro piccolo quotidiano, dare l’esempio di nuove strade percorribili. E non dire tanto è tutto uguale. Tanto se sbaglio o sto male in fondo è sempre colpa loro. Non è uguale se un allievo riesce a fare un film che mi prende al cuore oppure no. Non è uguale, se nel grigiore della vita piena di delusioni riesco a restituire i colori giusti a “Una giornata particolare”. Non è uguale, mentre la solidarietà politica internazionale è di là da venire, se un film del 1921 come “La mirabile visione” può rinascere dalle sue ceneri grazie alla solidarietà dell’Internazionale degli innamorati del cinema che hanno deciso di mettere assieme gli spezzoni conservati da una cineteca italiana e quelli di una francese. Non è uguale se, anche qui al Centro, viviamo il cambiamento non come anticamera della fine del mondo ma come occasione di rilancio per stare al passo di una realtà che cambia.
Al momento il CSC è una struttura che consente un’attività scolastica tradizionale. Proprio perché si tratta dell’unico centro di eccellenza per la formazione audiovisiva di tipo pubblico, sarebbe auspicabile un cambiamento che ne amplifichi le potenzialità di apprendimento e incontro, consentendo agli allievi non tanto di frequentare una scuola con orari fissi ma di vivere l’esperienza di una comunità creativa, avendo a disposizione strutture residenziali e contesti didattico-professionali che favoriscano la sperimentazione di idee e progetti nell’ambito dell’audiovisivo.
Se a questa prospettiva formativa si somma l’urgenza – per molti allievi, soprattutto fuorisede – di poter usufruire di ambiti residenziali a costi più accessibili, sembra giusto ipotizzare la creazione di strutture residenziali all’interno dell’area del Centro Sperimentale per almeno parte degli allievi che ogni anno lo frequentano.
Perché questa idea non restasse solo un’utopia astratta, abbiamo elaborato più di un anno fa un Progetto di Ristrutturazione dell’ultimo capannone del CSC distrutto dall’incendio del 1985 per farne un luogo in grado di ospitare miniappartamenti per una parte degli allievi, una sala per convegni e proiezioni, nonchè un’ampia zona sotterranea per la conservazione di fondi affidati alla Cineteca Nazionale, bisognosa come non mai di spazi per nuove acquisizioni.
Il progetto descritto nel Piano di Ristrutturazione potrebbe essere il primo primo step per la trasformazione del CSC in un vero e proprio campus. Il progetto architettonico, con allegato piano finanziario, è stato sottoposto all’attenzione del MIBACT per un finanziamento speciale. Mi fa piacere poter annunciare alla fine del mio mandato, che tra i progetti speciali finanziati dal MIBACT c’è anche il nostro ‘Piano di ristrutturazione’ per cui è previsto un budget di diversi milioni.
D’altra parte la creazione di una struttura residenziale rappresenta conditio sine qua non per rendere possibili anche in Italia esperienze formative trasnazionali, consentendo ad allievi di scuole di cinema di altri paesi di soggiornare in Italia e ai nostri di partecipare alla rete di scambi culturali e didattici già attivata tra altre istituzioni formative all’estero.
In più occasioni ci è stato proposto di ‘esportare’ il modello formativo CSC in altre parti del mondo (in particolare in paesi in via di sviluppo come Libia, Nigeria, Malesia ma anche in quelli cinematograficamente più avanzati come la Cina e la Corea del Sud). A tal proposito, proprio nell’ultimo anno, come presidente del CSC ho firmato un accordo-quadro per fornire modello formativo e insegnanti per una Scuola di cinema a Seul. Dunque presto anche il CSC potrà cambiare pelle. Sta a tutti voi vivere questo cambiamento con speranza e fiducia. E comprendere che il nuovo possibile ruolo del CSC in una dimensione mondiale della formazione è qualcosa che abbiamo ideato da noi, e che oggi come ieri è nelle nostre mani saper utilizzare al meglio questa possibilità di rilancio.
Ma sento di dover dire che per farlo è stata di fondamentale importanza l’intelligenza critica e lo stimolo continuo che mi è venuto tutti voi.
A tutti voi – allievi, docenti, dirigenti, lavoratori – va perciò il mio grazie più sincero e un augurio di buon lavoro, nella speranza che il processo di cambiamento avviato possa proseguire nell’interesse degli allievi e di tutta l’industria dell’audiovisivo italiano.

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