È solo la fine del mondo, la suadente trappola dei sentimenti di Xavier Dolan

È una trappola quella in cui il giovane Louis, protagonista di È solo la fine del mondo, sa di dover cadere, ed è una trappola, tanto seducente quanto spietata, quella che il regista Xavier Dolan costruisce con il suo ultimo, bellissimo film, Gran Premio della giuria al Festival di Cannes 2016.

Il personaggio interpretato da Gaspard Ulliel torna, infatti, a casa dopo dodici anni di assenza, a incontrare nuovamente quelle persone con le quali nulla o quasi ha condiviso della sua vita da adulto: omosessuale, scrittore di successo, è amato ma incompreso dalla madre (Nathalie Baye), temuto da un fratello (Vincent Cassel) che maschera con l’aggressività il proprio senso di inferiorità, messo su un piedistallo dalla sorella minore (Léa Seydoux), che di lui ha solo i ricordi di bambina.

Immediatamente il pubblico viene messo a conoscenza del segreto del protagonista e assieme a lui ne porterà il peso per tutta la durata del film: riuscirà Louis a parlare con la sua famiglia, riterrà giusto raccontarsi a quegli estranei, mutandone nuovamente convinzioni e prospettive?
All’elemento del dubbio e a quello della crescente frustrazione, Dolan aggiunge l’imbarazzo di lunghe sequenze di dialoghi a due, primi piani serrati durante i quali il personaggio di Ulliel viene annichilito al silenzio dalla forza delle fittizie convinzioni di ciascuno dei suoi interlocutori, eccezione fatta per la cognata, una Marion Cotillard che, come lui, si esprime meglio attraverso l’irrequietezza di sguardi spauriti, attraverso i quali sembra intuire una verità impossibile da pronunciarsi.

L’iperestetismo attraverso il quale la regia di Dolan traduce in suadenti immagini il contenuto della pièce teatrale di Jean Luc Lagarce si sposa perfettamente ai toni caldi della fotografia di André Turpin e alla musica – di grande orecchiabilità – composta da Gabriel Yared, ad orchestrare un thriller dei sentimenti tanto intenso quanto sofferto, efficace poiché gli è possibile affidarsi ad un quintetto di attori straordinari, capaci di rendere fastidiosamente reali – e quindi credibili – le maschere drammatiche che sono chiamati ad indossare.

Cadiamo allora nella trappola costruita dall’abile regista canadese e lasciamoci sfinire dalle dinamiche malate dell’ennesima famiglia disfunzionale, perdonando la forse troppo didascalica metafora che chiude il film, consapevoli che pellicole di tale intensità raramente si riescono a incontrare in tanta parte della cinematografia contemporanea.

Marco Moraschinelli

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