FORSE “NON C’È PIÙ RELIGIONE”, MA CERTO LUCA MINIERO FAREBBE BENE A NON GIRARE SEMPRE LO STESSO FILM

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ha senso fare sempre lo stesso film? Fino a quando reggerà il gioco sul piano commerciale? Non si corre il rischio di raschiare il fondo del barile? Da qualche tempo Cattleya, intraprendente casa di produzione capace di muoversi su tavoli diversi tra piccolo e grande schermo, ha spedito in soffitta il cinema d’autore, anche quello pensato in chiave popolare, per concentrarsi quasi esclusivamente su commedie di svelto consumo all’insegna dello “scontro culturale” tra mondi diversi.
La formula è vecchia come il cucco, ma certo pesca in un contesto sociale e antropologico che offre spunti in quantità: tra il comico e il semi-serio, con l’aria di voler affrontare, in toni sorridenti, argomenti ben infissi nella vita quotidiana degli italiani, sempre partendo dal potere pervasivo del pregiudizio.
“Benvenuti al Sud”, sia pure pantografato sul modello francese, ha inaugurato una sorta di cine-corsa all’oro che per qualche anno ha funzionato allegramente. Infatti Luca Miniero è diventato “il” regista della casa: prima, appunto, con “Benvenuti al Sud”, poi col seguito “Benvenuti al Nord”, via via con “Un boss in salotto”, “La scuola più bella del mondo”, adesso con “Non c’è più religione” (nelle sale dal 7 dicembre con 01 Raicinema).
Miniero, che è pugliese di Manfredonia, spiega così il titolo: «”Non c’è più religione è una frase” che si usa per scandalizzarsi del presente che non va come uno vorrebbe. Per me significa adattarsi ad una società in perenne mutamento. Ho paura di quelli che dicono “Ai miei tempi…”». Vabbè. Naturalmente il perenne mutamento trova elementi più buffi se sprofondato in piccoli contesti di provincia, di impianto fortemente dialettale, geograficamente isolati, un po’ alla maniera di “Pane, amore e fantasia”, perché il bozzetto ameno viene fuori meglio.
Qui siamo addirittura su un’isoletta non meglio definita del Mediterraneo, ribattezzata Porto Buio, anche se in realtà sono le Tremiti. Da tempo non nascono più bambini, la popolazione invecchia, il turismo latita, Internet prende male e la vita sembra essersi fermata agli anni Sessanta o prima. Infatti il problema qual è? Il presepe vivente da allestire in vista del Natale, anche se la storia parte a Pasqua. L’unico bimbo disponibile da piazzare nella culla è cicciotto, cresciutello e ha pure i baffi. Ginnastica marziale e dieta dimagrante non sortiscono effetto alcuno sul ragazzino goloso. Così il sindaco Cecco, appena sceso dal Nord, e suor Marta, che faceva l’ostetrica e ora gestisce un ristorantino, passano agli estremi rimedi: chiedono un bambinello in prestito alla comunità tunisino/islamica dall’altra parte dell’isola, pilotata da un estroverso italiano, tal Marietto, convertitosi al Corano e dotato di barbone posticcio.
Insomma, avete capito. Claudio Bisio è il sindaco nordico, Alessandro Gassmann il simpatico cialtrone, Angela Finocchiaro la suora amata da entrambi in gioventù. Tutti e tre recitano un po’ col pilota automatico, replicando macchiette e faccette, litigi e ritorni di fiamma, mentre la faccenda si complica con l’arrivo sull’isola di un vescovo vecchio stile, il solito Roberto Herlitzka, costretto a fare i conti con le nuove regole imposte da papa Francesco, tipo «Niente attici, tanta umiltà», e tuttavia deciso a indagare su quello strano presepe multietnico e multireligioso, cioè un po’ cristiano, un po’ musulmano e pure un po’ buddista.
S’intende che tutto va a posto, ci saranno perfino due Madonne partorienti, sulle note di “4 marzo 1943” di Lucio Dalla, che fa sempre il suo effetto tra il devoto e il profano; e anche chi rivendicava «Più ostie, meno kebab» scoprirà il piacere della convivenza possibile.
Una favola, e andrebbe anche bene sotto Natale. Se il ritmo non fosse così lasco, il tormentone sui salumi sfibrato, il politicamente scorretto di maniera. Però la fotografia di Daniele Ciprì è davvero bella.

Michele Anselmi

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