Spielberg meets Dahl. Il Grande Gigante Gentile è l’E.T. delle nuove generazioni

Non c’è alcun dubbio sul fatto che Roald Dahl e Steven Spielberg siano tra i maggiori storyteller di ogni tempo. Il lavoro del primo è stato sfruttato da molti registi (si ricordino Matilda 6 mitica di Danny De Vito, James e la pesca gigante di Henry Selick, La fabbrica di cioccolato di Mel Stuart e poi la versione di Tim Burton e Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson). Il secondo è uno dei cardini attorno a cui si è giocata la rivoluzione della New Hollywood, nonchè pilastro indiscusso dell’industria culturale americana. L’incontro tra i due autori, viste le tematiche affrontate, non era così imprevedibile. Da oltre quarant’anni, Steven Spielberg racconta le sue storie al pubblico di tutto il mondo, introducendo nell’immaginario collettivo una serie di personaggi straordinari e catapultando intere generazioni in mondi meravigliosi, affascinanti, ma nel frattempo anche spaventosi. Il GGG di Roald Dahl è stato pubblicato per la prima volta nel 1982, lo stesso anno nel quale la storia su un’amicizia inusuale e profonda, raccontata da Spielberg, ha catturato il cuore e l’immaginazione di grandi e piccoli. Si tratta, ovviamente, di E.T. L’extraterrestre.

Il GGG racconta la fantastica storia di una ragazzina e del gigante che la introduce alle meraviglie ed ai pericoli del Paese dei Giganti. Nel bel mezzo della notte (con precisione alle 3 di notte, che sarebbe la vera ora delle streghe, almeno secondo la protagonista del film), tutti gli esseri oscuri escono fuori dai propri nascondigli e si aggirano nei luoghi meno sospetti. Questo è ciò in cui crede Sophie, una bambina di dieci anni dedita all’immaginazione ed alla lettura, abituata a trascorrere da sveglia buona parte della nottata. Sophie vive in un orfanotrofio a Londra e si sporge spesso dalla finestra per osservare il mondo, mentre tutti gli altri dormono. Alla luce spettrale della luna, appare, improvvisamente, un gigante che la afferra e la porta via, conducendola in una terra lontana. Si tratta del Gigante Gentile, vegetariano, ingenuo e solitario. Tra i due nasce un’amicizia che porterà Sophie ed il Gigante Gentile ad affrontare le proprie difficoltà e la magia ed il mistero dei propri sogni.
Il GGG – Il Grande Gigante Gentile, oltre al primo rapporto Spielberg-Dahl, segna anche il ritorno del regista americano ad un racconto favolistico spiccatamente per bambini (era dal 1991, anno di Hook-Capitan Uncino, che, escludendo Le avventure di Tintin, Spielberg non si dedicava ad un racconto del genere). Ne scaturisce una meravigliosa fiaba, per citare Aldo Spiniello “un sogno di condivisione capace di vincere il mostro della solitudine. Perchè forse, il segreto della gentilezza è proprio la solitudine, con tutto ciò che si porta dietro e dentro. Il bisogno di non sentirsi più orfani, di immaginare evasioni, il desiderio e il timore che lo accompagna, di stabilire un contatto con l’altro. Con la delicatezza del tocco.”

Il GGG è anche una storia di sogni che riflette sulla natura creatrice di questi ultimi: non a caso, il Gigante è anche un cacciatore di sogni. In una delle sequenze più immaginifiche del lungometraggio, Sophie ed il gigante vanno a caccia di sogni, in una sorta di altro-mondo che ricorda l’upside down del recente Stranger Things di Netflix. L’utilizzo della CGI è funzionale alla vicenda narrata e regala al film panorami di rara bellezza, abilmente uniti ad un buon utilizzo dei dialoghi che giocano sulle creazioni linguistiche di Dahl, sfiorando solo poche volte l’accumulo eccessivo ed una prolissità che, a tratti, stona. Il richiamo della favola è sempre irresistibile e, grazie ad essa, il cinema di Steven Spielberg spicca il volo. Insieme a tutti gli esseri umani che lo compongono e che, di fronte all’incredibile, riescono ad abbandonare i freni inibitori per diventare protagonisti di eventi fantastici che li attendono dietro l’angolo. Credendoci. E, naturalmente, oltrepassandolo.

Matteo Marescalco

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