“FLORENCE”, OVVERO IL MISTERO DELLA CANTANTE STONATA FREARS INVESTIGA SUL DILEMMA TRA TALENTO E PASSIONE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

“Florence”, titolo accorciato per l’Italia dalla Lucky Red che distribuisce dal 22 dicembre, sta per Florence Foster Jenkins (1869-1944), forse la più famosa cantante stonata della storia musicale, non solo americana. Il britannico Stephen Frears, dopo il mirabile “Philomena”, si cimenta con un altro ritratto di donna, ma il tono si fa apparentemente più leggero, quasi da commedia, sia pure con retrogusto amarognolo. Peraltro la figura di Florence Foster Jenkins, appunto la cantante stonata, ha già ispirato un film passato alla Mostra di Venezia due anni fa. Solo che Xavier Giannoli, nel suo “Marguerite” interpretato da Catherine Frost, cambiava nome al personaggio, ne faceva una baronessa e la immergeva nella Francia post-bellica del 1920.
Frears racconta l’ultimo anno di vita della bizzarra cantante: il 1944. Ricca, generosa e frizzante, l’ereditiera Florence Foster Jenkins intona in pubblico da soprano celebri arie liriche pensando di essere una Frieda Hempel o una Luisa Tetrazzini, invece stona orribilmente. Come una specie di Madame Bovary, è murata viva in un’illusione dalla quale fatica a uscire, anche perché, chi per interesse e chi per affetto, tutti le fanno credere d’essere brava. Il risveglio dall’illusione sarà drammatico. Il sublime e il ridicolo talvolta sono molto vicini, e tuttavia lei, forse non del tutto ignara, sosterrà anche dopo la stroncatura del “New York Post”: «La gente può anche dire che non so cantare, ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato».
Meryl Streep e Hugh Grant sono perfetti: lei nel ruolo dell’anziana cantante mitomane ma amica di Arturo Toscanini nonché mecenate generosa (è doppiata benissimo da Maria Pia Di Meo, ma in originale è meglio); lui in quelli del più giovane secondo marito, l’inglese St. Clair Bayfield, ex attore fallito con amante ufficiale e tuttavia legato da un affetto sincero alla consorte, di cui cura affari e carriera. Ma non sfigura nel confronto il più giovane Simon Helberg, che incarna un pianista squattrinato, texano e omosessuale, ingaggiato per accompagnare la cantante nelle sue esibizioni, sempre più imbarazzanti, fino al clamoroso concerto alla Carnegie Hall nell’ottobre del ‘44.

Il paradosso del canto inascoltabile che provoca sghignazzi misti ad applausi serve a Frears per impaginare una commedia svelta e frizzantina, volutamente all’antica, con affondi grotteschi, nella quale affiora via via un senso di dolente simpatia per questa donna malata di sifilide (a causa del primo marito), calva sotto la parrucca, derisa alle spalle e però spremuta da tutti. «Solo il canto senza sentimento non si perdona» teorizza infatti l’untuoso maestro di canto che la riempie di complimenti a patto di non comparire. Il film, accurato sul piano del décor, gioca tutto su questo registro buffo/malinconico, senza preoccuparsi, giustamente, di offrire una risposta alla domanda cruciale: lei sapeva di essere una schiappa o se ne infischiava allegramente? Come teorizzava Charles Darwin, citato nel trailer: «La musica è tra i doni più misteriosi di cui siano dotati gli esseri umani».

Michele Anselmi

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