“PATERSON”, CINE-ELEGIA AMERICANA SECONDO JARMUSCH UN AUTISTA DI BUS TRA GAETANO BRESCI E LOU COSTELLO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Se un personaggio che di nome fa Paterson vive in una città che si chiama Paterson, be’ non ci sono dubbi: siamo in un film di Jim Jarmusch. A tre anni dal cervellotico e vampiresco “Solo gli amanti sopravvivono”, il cineasta di “Daunbailò” torna con una commedia quietamente bizzarra, non so quanto natalizia, il cui strillo di lancio recita: «La bellezza spesso si trova nelle piccole cose». Non a caso Jarmusch spiega nelle note di regia: «”Paterson” è una storia tranquilla i cui personaggi non vivono conflitti tangibili o drammatici. Il film ha una struttura semplice, si propone come antidoto al cinema cupo, drammatico o incentrato sull’azione».
Di fronte a una tale dichiarazioni di intenti lo spettatore medio potrebbe avere una gran voglia di scappare. Tuttavia vale la pena di seguire, nell’arco di quasi due ore, le peregrinazioni esistenziali del protagonista eponimo, appunto Paterson. Giovane autista di autobus felicemente sposato con una ragazza iraniana dall’incontenibile talento creativo, Paterson è un uomo apparentemente in pace con se stesso. Il suo è uno sguardo sommesso e curioso nei confronti del prossimo, sintetizzato nelle sue poesie vergate a mano su un taccuino. Mentre guida ascolta scampoli di conversazioni, se il suo mezzo ha un guasto si prodiga nel rassicurare i viaggiatori, porta a spasso il cane e la sera si ferma in un bar per bere una birra (solo una). L’uomo ama Laura di un amore solidale e premuroso, la incoraggia nelle sue molteplici iniziative tra moda e cucina, ricevendo in cambio una tenera considerazione artistica, soprattutto la spinta a pubblicare i suoi versi a rima sciolta.
Scandito dal passare dei giorni, dal lunedì al lunedì successivo, “Paterson” è una sorta di cine-elegia americana che si nutre di una ripetizione calcolata, con qualche piccola variazione umorale o nevrotica, un po’ come succedeva in “Broken Flowers”. La città del New Jersey, circa 150 mila abitanti, un tempo conosciuta come “Silk City” per via delle aziende legate alla seta, è naturalmente lo sfondo perfetto per ambientare l’andirivieni peripatetico dei personaggi: buffi, eccessivi, ossessivi, saggi… Così scopriamo che a Paterson visse a lungo l’anarchico italiano Gaetano Bresci (dicono Breschi nella versione originale) prima di tornare in Italia per uccidere il re Umberto I e che lì nacque il comico Lou Costello, metà della coppia Gianni & Pinotto. Intanto si fa un gran parlare del poeta Williams Carlos Williams che proprio alla città di Paterson dedicò un ampio poema lirico in cinque libri, intitolato appunto “Paterson”.
Nel gioco iterativo e straniato, il film ricorda un po’ certe atmosfere di Aki Kaurismäki, ma senza la desolazione finlandese: semmai Jarmusch evoca un senso di calda comunità, di fattiva solidarietà, di sdrammatizzante ironia. Adam Driver e Golshifteh Farahani sono Paterson e Laura: lui nasuto e spilungone, dallo sguardo buono; lei esotica e sensuale, dal sorriso pieno. Tutto suona un po’ sospeso, a tratti inconsistente, le poesie del protagonista scritte da Ron Padgett non sono granché; eppure, a lasciarsi andare un po’, “Paterson” non annoia affatto e ci ricorda anzi, come ha scritto il critico Claudio Carabba, che «la felicità è saper ascoltare la voce, leggera e fuggitiva, dell’esistenza».

Michele Anselmi

evening dresses from topbridal

Lascia un commento