“IL MEDICO DI CAMPAGNA”, UNO STRAORDINARIO CLUZET (NON DATE RETTA A CHI DICE CHE È UN FILM DEPRIMENTE)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Sarà vero? «Il medico di campagna non è un lavoro che si impara» teorizza dall’alto dell’esperienza Jean-Pierre Werner, dottore sensibile e infaticabile, molto amato dalla comunità rurale nella quale vive, conoscendo egli tutti i pazienti, uno per uno. L’uomo, padre separato da anni solo, ha dedicato tutto se stesso a quel mestiere, quasi annullandosi nel praticarlo. Finché non scopre di avere un tumore a un emisfero del cervello, inoperabile ma forse curabile a botte di chemio e radioterapia. Lui recalcitra all’idea di riposarsi, gli piace percorrere quelle strade sterrate per dare aiuto ai malati, quasi tutti anziani e restii a farsi ricoverare in ospedale, ma la terapia si fa pesante, comincia a confondere le cose, sicché accetta controvoglia l’aiuto di Nathalie Delezia, una ex infermiera d’ospedale, bella e non più giovane, da poco diventata “collega”.
Comincia così “Il medico di campagna”, scritto e diretto da Thomas Lilti, un ex internista francese che al mestiere del medico aveva già dedicato, nel 2014, l’interessante “Hippocrate”, ambientato in una corsia ospedaliera, con evidente riferimento, nel titolo, al giuramento di Ippocrate. Dal contesto urbano si passa all’asprezza campagnola, nel nord della Francia, e bisogna riconoscere al film, distribuito dalla Bim, una tensione notevole, una costruzione classica ma non convenzionale, anche un realismo interessante, con qualche inattesa parentesi buffa, nella descrizione delle case, dei malati, perfino delle piaghe. Viene da pensare un po’ al recente “La donna senza nome” dei fratelli Dardenne, costruito sulla silenziosa abnegazione di una giovane medica di famiglia dalle parti di Liegi, anche se Lilti usa qui due attori di un certo richiamo commerciale, cioè François Cluzet, tornato in gran spolvero dopo “Quasi amici”, e Marianne Denicourt, cinquantenne dalle labbra sin troppo sensuali (li doppiano, nella versione italiana, Angelo Maggi e Alessandra Korompay).

Avrete capito che la vicenda ruota attorno al vivace rapporto tra i due. Che è un po’ litigarello, come in certe commedie sentimentali americane, ma in fondo all’insegna di una reciproca stima. Lei ha esperienza e carattere, quindi non si fa mettere in crisi dalle striscianti umiliazioni con cui Jean-Pierre condisce il tirocinio tra strade fangose e case coloniche; lui, a sua volta, impara ad apprezzare il pragmatismo di Natalie, la sua ruvida bellezza country, la sua discrezione rispetto alla malattia che sembra avanzare. Come ha scritto Marzia Gandolfi su Mymovies.it: «Paziente dopo paziente, chilometro dopo chilometro, la rivalità cederà il posto alla fiducia e a un sentimento indeterminato tra solidarietà e desiderio».
Naturalmente il “romance”, per altro solo accennato, quasi sottopelle, senza baci e abbracci, è un pretesto per pedinare i due medici nel corso del loro lavoro campagnolo. Lilti sa di che cosa parla, per esperienza personale, e il film mette in scena proprio le dinamiche di quel mestiere difficile, fatto anche di parole e sguardi, di compassione e rispetto, specie nella realtà di una provincia profonda lasciata un po’ a se stessa dalla Sanità pubblica, pure in preda di speculazioni voraci. Colpisce, vedendo “Il medico di famiglia”, la capacità del regista-sceneggiatore di armonizzare i due attori protagonisti con la “verità” circostante, non importa se presunta o reale: i malati, che siano giovani nomadi, ragazze incinte, novantenni a un passo dalla morte, appaiono verosimili, quasi “rubati” alla vita vera, mai abbelliti o edulcorati, e viene da pensare a come sarebbero stati resi in un film italiano sul medesimo tema. Male.
S’intende che il ritrovarsi dall’altra parte, cioè paziente, in più con la sensazione di aver già capito come andrà a finire, rende Jean-Pierre il personaggio cardine del film: tutto ruota attorno al suo sguardo, al suo metodo di lavoro, all’idea che la medicina non sia solo fatta di tecnica, ricoveri, sondini e macchine complesse ma anche di confidenza, parole, fiducia.
Non date retta a chi dirà che “Il medico di campagna” è un film triste o addirittura deprimente. Tale non è, nonostante l’argomento, e anzi si esce dalla sala con un senso di strano benessere: perché il regista sa calibrare la parabola emotiva della vicenda, perché un barlume di lucida speranza ravviva l’epilogo, perché in 100 minuti non viene mai da guardare l’orologio.
PS. Esiste un romanzo di Honoré de Balzac, scritto nel 1833, che si chiama proprio “Il medico di campagna”. Ma, titolo a parte, non c’entra nulla col film. O magari un po’ sì.

Michele Anselmi

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