CHE COSA È SUCCESSO IN QUELLA MANSARDA DI TEHERAN? “IL CLIENTE” DI FARHADI, PENSANDO AL COMMESSO VIAGGIATORE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il regista iraniano Asghar Farhadi sostiene che «la Teheran di oggi è molto simile alla New York che Arthur Miller descrive all’inizio del suo dramma, una città che cambia a un ritmo delirante, che distrugge tutto ciò che è vecchio, sostituendolo con delle torri». “Morte di un commesso viaggiatore” risale al 1949, sicché c’è da augurarsi che Farhadi non intenda il paragone alla lettera, anche se in ogni parte del mondo esiste un Willy Loman alle prese con la propria sconfitta: professionale, sociale, familiare. Infatti il titolo internazionale del film, da noi ribattezzato “Il cliente”, suona “The Salesman”, appunto “il commesso viaggiatore”; e non a caso i due personaggi al centro della vicenda stanno allestendo nella Teheran odierna un tribolata versione del classico teatrale (tribolata perché, come sentiamo dire, tre punti del testo non hanno superato la censura). Più parallelismo simbolico di così.
Farhadi, classe 1972, è il regista di film splendidi, come “About Elly” e “Una separazione”, “Il passato”. Questo nuovo, due volte premiato a Cannes 2016 (sceneggiatura e migliore attore) e nelle sale dal 5 gennaio con Lucky Red, non è il suo migliore, forse proprio a causa della marcata suggestione letteraria, e tuttavia incanta per come agita il dilemma morale della vendetta e ritrae il terremoto esistenziale vissuto dai due protagonisti. Che sono i trentenni Emad e Rana: felicemente sposati, attori per passione, appartengono alla media borghesia iraniana, sono colti e belli, emancipati, laici. Ma il palazzo nel quale vivono, al centro di Teheran, sta franando da tutte le parti, crepe si aprono sui muri, bisogna cercare in fretta una sistemazione. Dove andare? La soluzione viene da un amico col quale stanno allestendo a teatro, appunto, “Morte di un commesso viaggiatore”: un’ampia mansarda in buono stato, anche se l’inquilina precedente non è ancora venuta a riprendersi tutte le sue cose. Emad e Rana si trasferiscono lì, portano i mobili e oggetti, ma c’è qualcosa di minaccioso nell’aria, di non detto: infatti un “incidente” mentre lei è sotto la doccia ed lui è al lavoro a scuola innesca una dolorosa incrinatura nella vita della coppia.
“Il cliente” non è propriamente un thriller psicologico, ma certo Farhadi intreccia i due piani del racconto – messa in scena teatrale e accadimenti reali – in modo da farli rispecchiare l’uno nell’altro, mentre cresce la tensione familiare e un istinto di vendetta si fa strada nella mente di Emad. Ci fermiamo qui per non rovinare la sorpresa, perché il film allude, suggerisce, senza mai spiegare fino in fondo che cosa è successo a Rana. Almeno fino alla straziante resa dei conti finale, nella quale si rivela l’identità del misterioso “cliente”.
Con stile rigoroso, senza ricorrere a musica inutile, orchestrando a suo modo una suspense, Farhadi mostra le debolezze dell’animo umano, il volto senile della vergogna, anche i pericoli che si annidano nell’appannarsi di un’elementare “pietas”. Shabab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi e Farid Sajjadihosseini sono gli interpreti principali: nomi difficili da ricordare, ma volti perfetti.

Michele Anselmi

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