IL “SILENZIO” DI DIO SECONDO IL CATTOLICO MARTIN SCORSESE. UN SUPPLIZIO LA VITA DEI GESUITI NEL GIAPPONE DEL SEICENTO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Annota Martin Scorsese nella bella intervista al direttore di “La Civiltà Cattolica”, il padre gesuita Antonio Spadaro: «Carl Jung aveva affisso un’iscrizione latina sullo stipite della porta di casa sua, in Svizzera: “Vocatus atque non vocatus deus aderit”. Lo si chiami o no, Dio sarà presente. Questo dice tutto». Non so se dica tutto, ma spiega molto. Con “Silence” (perché non tradurre il titolo per l’Italia?) il 74enne regista italo-americano s’interroga sulle proprie radici cattoliche, sulla forza e la tenuta della Fede, per natura contraddittoria e talvolta periclitante, in situazioni estreme, soprattutto sul “silenzio” di Dio, sempre che tale sia, di fronte alla ferocia dell’uomo . «È nel silenzio che ho sentito la tua voce» confesserà a un certo punto padre Rodrigues, il giovane gesuita portoghese sbarcato di nascosto nel Giappone del 1640, insieme al coetaneo padre Garupe, in cerca di notizie su un confratello più anziano, l’illustre padre Ferreira, forse apostata, forse convertitosi al buddismo.
silence_Il film, nelle sale dal 12 gennaio con 01-Raicinema, è di quelli che non scivolano addosso. Ci sono voluti quasi vent’anni per trovare i soldi per realizzarlo, Scorsese ha visto produttori e attori dileguarsi, e ogni volta ha dovuto ricominciare da capo, fedele al copione scritto con Jay Coks e tratto dall’omonimo romanzo del giapponese Shusako Endo. Non sorprende lo scetticismo di Hollywood. Ma il successo planetario di “The Wolf of Wall Street” alla fine ha dato una mano, anche se “Silence” difficilmente troverà platee di adoratori: perché non è adrenalinico e grottesco, perché mostra sofferenza e miseria, perché, appunto, agita un tema poco alla moda, cioè la natura della pratica missionaria, sia pure in una densa chiave storico/metaforica.
D’altro canto, Scorsese non fa sconti. Niente musica, se non una minacciosa nota di bordone che si confonde con i rumori della natura, e un incipit che immerge direttamente lo spettatore nell’abominio, in una cornice densa di fumi grigiastri e minacciosi. Due teste mozzate, preti crocifissi e torturati per ore con acqua bollente che sgorga dalla terra, fino a farli morire spellati tra gli spasimi. Il Giappone così risponde all’evangelizzazione, vedendo in essa, dopo aver permesso in passato l’esistenza di 300 mila cristiani, un pericolo massiccio alla sicurezza dello Shogunato (periodo Tokugawa), deciso a unificare il Paese. Risultato? Missionari sterminati con i più fantasiosi supplizi, perché l’esempio sia di monito; contadini e i pescatori convertiti al cristianesimo costretti, per sopravvivere, a calpestare una tavoletta con immagini sacre di Gesù o della Madonna.
“Silence” non è “Mission”. Racconta un’altra storia, per molti versi meno eroica e gloriosa. Dividendo l’ampio racconto in tre “movimenti”: l’arrivo clandestino in Giappone e la scoperta di una comunità quasi paleocristiana, fervente e coesa, ma esposta alla sanguinaria repressione; la cattura e il confronto con il Grande Inquisitore, un anziano dignitario capace di blandire e minacciare; l’incontro rivelatore con padre Ferreira e l’accettazione di una nuova condizione di vita, all’insegna apparente dell’apostasia.
Lo sguardo assunto dal film è quello di padre Rodrigues, anche attraverso una costante voce narrante: il giovane gesuita messo alla prova dagli eventi, tradito ripetutamente da una specie di Giuda che sollecita la sua vanità, irriso e malmenato per strada, deciso a ripercorrere i passi di Gesù in una sorta di personale Via Crucis, fino al martirio invocato (specchiandosi nell’acqua di un fiumiciattolo vede addirittura riflessa l’immagine del Cristo morente di El Greco). Non andrà così, e qui sta il nucleo spirituale di “Silence”: nell’apparente silenzio di Dio, il gesuita dovrà fare i conti con un sottile ricatto che contempla l’abiura, ripetuta nel tempo, pure l’accettazione di una nuova religione, in cambio di vite umane strappate al “supplizio del pozzo”.
Marzia Gandolfi ha scritto che “Silence” «solleva una serie di domande dense sull’attività missionaria come forma di imperialismo, sull’apostasia come forma di adattamento religioso in una cultura ostile, ovvero la fede mantenuta a dispetto degli atti esteriori, su quanto della fede religiosa si perda nella “traduzione”». È certamente così, anche se il film, pur trapunto di riferimenti gustosi agli interessi in quelle terre lontane di Portogallo, Spagna, Inghilterra e Olanda, dall’Inquisitore derubricati a concubine litigiose di cui disfarsi, pare usare la cornice storica per parlare d’altro, insomma non tanto del ruolo dei gesuiti nel tribolato processo di evangelizzazione, bensì di una pratica spirituale capace di misurarsi con la natura umana e il valore della vita, la ferocia dei potenti e l’esercizio della misericordia. Perché, come sentiamo dire in una scena, «facile è morire per i buoni e per i belli, più difficile per i miserabili e i corrotti». Come il personaggio centrale di Kichijiro, il Giuda della situazione: anche nell’uomo che rinnega ripetutamente la fede, diventando un reietto agli occhi di tutti, rimane il barlume del divino, e nessuno, suggerisce Scorsese, può permettersi di giudicarlo.
Avrete capito che “Silence” non è un film facile. Sfodera tempi distesi, sequenza di “normale” crudeltà, dialoghi profondi e illuminanti, invitandoci a valutare in una giusta prospettiva il valore del silenzio, che pure fa così paura nell’odierna società della chiacchiera e del rumore. La fotografia quasi a luce naturale di Rodrigo Prieto e i costumi accurati di Dante Ferretti ispessiscono la ricostruzione del Giappone seicentesco, visto, dallo stesso insidioso samurai Inoue, come una palude dove non cresce mai nulla e tutte le radici marciscono (non è un giudizio di merito su quella grande civiltà).
Andrew Garfield, Adam Driver e Liam Neeson sono padre Rodrigues, padre Garupe e padre Ferreira, a rappresentare tre possibili volti della Fede, tre risposte diverse al fallimento (?) del sogno missionario; mentre sul versante nipponico si impongono Issei Ogata, Tadanobu Asano e Yosuke Kubozuka nei panni dell’Inquisitore, del subdolo interprete e di Kichijiro.
Il film, costato circa 50 milioni di dollari, dura 160 minuti, ma tranquilli: non si guarda mai l’orologio. Sempre che interessi la questione.

Michele Anselmi

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