“LA LA LAND”, IL MUSICAL-CAPOLAVORO DI DAMIEN CHAZELLE NON È SOLO NOSTALGIA. LA CONDIZIONE UMANA IN CINEMASCOPE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Lo dico subito, così mi tolgo il pensiero: trovo “La La Land” un capolavoro. Poi, d’accordo: il musical, al cinema, è forse la forma espressiva più artificiosa che ci sia. Per questo molti la detestano, poco sopportando che all’improvviso un attore o un’attrice si mettano a cantare magari dopo aver litigato; e molti invece l’adorano, trovando proprio in quell’artificio “romantico” un antidoto espressivo a un certo realismo spompato dalla ripetizione. Possibile che il dissidio si riproponga con “La La Land”. O magari no. In ogni caso il nuovo film di Damien Chazelle sembra avere il vento in poppa: inaugurò a settembre la 73ª edizione della Mostra, di recente s’è aggiudicato ben sette Golden Globe e vedremo presto che cosa raccoglierà al gran banchetto degli Oscar.

Chazelle s’è fatto conoscere per il curioso “Whiplash”, quasi un metaforico corpo a corpo sul tema della batteria jazz tra un allievo di talento e un insegnante tignoso; qui, ormai lanciato a Hollywood, può riprendere un ambizioso progetto abbandonato per mancanza di soldi e farne un musical a suo modo perfetto, per nulla adrenalinico, post-moderno e giovanilistico alla maniera di Baz Lurhmann, semmai di forte impronta cinefila. Il riferimento d’obbligo, per esplicita ammissione del cineasta, è il francese Jacques Démy e il suo “Les parapluies de Cherbourg” più che i classici dell’americano Vincente Minnelli, con un occhio particolare alle strettoie dell’esistenza, ai dilemmi legati ai vincoli amorosi, agli ingorghi della condizione umana.
Non per niente “La La Land”, parte proprio con un ingorgo di prima mattina, sotto il sole che già brucia. Eppure la rabbia degli automobilisti bloccati si scioglie magicamente in un frastornante/acrobatico/adrenalinico numero di ballo e di canto, costruito come un piano-sequenza da gustare come un antipasto di quanto avverrà nelle prossime due ore di film. Il cui titolo un po’ misterioso allude a Los Angeles, detta in gergo LA, ma significa anche vivere un po’ nel mondo dei sogni, fuori dalla realtà.
«Ho voluto soprattutto raccontare una storia intima, ricca di sfumature, nello stile di un’epopea musicale in cinemascope e concentrarmi sui sentimenti: il primo rossore dell’innamoramento, il rimpianto di un’opportunità non colta, la speranza che un sogno possa finalmente avverarsi» spiega il regista. A parlare troppo di sogni si fa la fine di Gigi Marzullo, e tuttavia “La La Land” dribbla i rischi del sentimentalismo più esteriore e dolciastro, proprio in virtù di un retrogusto amarognolo, che è poi il tratto più intenso, distintivo e moderno, della storia.
«You can find that someone in the crowd» sentiamo cantare in quell’incipit virtuosistico, e noi sappiamo già che Mia e Sebastian, nonostante una pessima partenza, presto si troveranno l’una l’altra nella folla. Grazie allo zampino del caso, alle giravolte del destino. Mia, ovvero la vibratile Emma Stone, è un’aspirante attrice e drammaturga che campa facendo la barista dentro gli Studios della Warner Bros; Sebastian, ovvero un malinconico Ryan Gosling, è un pianista di jazz, patito di Thelonious Monk, Kenny Clarke e Sidney Bechet, costretto a suonare “Jingle Bells” nei ristoranti di fronte a clienti distratti. Entrambi si sentono frustrati, incompresi, fuori posto.
Il secondo incontro, fuori da quell’ingorgo, a una festa dove lui suona con una band ridicola “I Ran” dei Flock of Seagulls, va meglio; il terzo, complice la visione in un cinema d’essai di “Gioventù bruciata”, sarà l’inizio di un sofferto rapporto amoroso, sospeso tra voli fantastici e delusioni cocenti, in luoghi topici della memoria cinematografica come l’Osservatorio Griffith.
Scandito dallo scorrere delle stagioni nel corso di un anno, ma con una sorpresa finale da non rivelare, “La La Land” – quasi una variazione inconsapevole sul tema di “Café Society” – è un musical toccante e profondo, ben recitato, cantato e ballato, trapunto di chiaroscuri, dove la passione per un certo jazz fuori moda, la piccola ferocia dello show-business e la leggenda della “city of stars” cantata da Sebastian servono a Chazelle per parlare in fondo d’altro. E cioè della tenacia che serve per andare avanti e “sfondare” ma anche dei prezzi che si pagano, specie in amore, per non aver fatto, forse, la scelta giusta. Schematizzando un po’ la domanda centrale potrebbe essere questa: dove finisce la coppia e cominciano le legittime aspirazioni personali?
«Brindiamo ai cuori che soffrono, brindiamo ai disastri che combiniamo» suggerisce una delle canzoni composte da Justin Hurwitz, autentico co-autore del film, insieme al direttore della fotografia Linus Sandgren e al coreografo Mandy Moore. È un po’ questo, si direbbe, il senso ultimo di “La La Land”, nelle sale da giovedì 26 con 01-Raicinema: oltre l’estasi e il dolore, quando la vita prende altre strade, non resta che provare a sorridersi ancora, un’ultima volta, prima di dirsi addio.
PS. I due doppiatori italiani, Gianfranco Miranda e Domitilla D’Amico, sono bravi. Ma se trovate la versione originale con i sottotitoli è meglio, anche per via del passaggio dal dialogo al canto.

Michele Anselmi

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