GITA AL LAGER CON SELFIE E PANINI. ESCE “AUSTERLITZ”. DOCUMENTO SPAVENTOSO DELL’OBLIO O RIFLESSIONE UTILE?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Trascrivo dal catalogo della 73ª Mostra del cinema di Venezia, perché meglio non si può riassumere: «Vi sono, in Europa, luoghi che sopravvivono come dolorose memorie del passato, fabbriche in cui gli esseri umani sono stati ridotti in cenere. Oggi questi siti sono luoghi del ricordo che, aperti al pubblico, accolgono migliaia di turisti ogni anno. Il film, ispirato all’omonimo romanzo di W.G. Sebald dedicato all’Olocausto, si concentra sui visitatori di questo luogo del ricordo creato sull’area di un precedente campo di concentramento. Perché la gente viene qui? Che cosa cerca?».
“Austerlitz” è il documentario di Sergei Loznitsa, bielorusso cresciuto in Ucraina, passato fuori concorso a Venezia. Acquistato da Lab 80, è uscito in poche copie per la Giornata della Memoria. Senza intenti moralistici ma certo con piglio provocatorio, il regista indaga su un certo tipo di turismo cresciuto attorno ai luoghi che furono dello sterminio nazista ai danni degli ebrei e non solo. «Perché mai una coppia di innamorati o una madre con il figlio si recano in una bella giornata estiva a vedere i forni crematori?» si chiede Loznitsa.
La risposta, in 94 minuti, non è univoca, anche se ad alcuni ha dato fastidio l’insistenza con la quale “Austerlitz” filma la gran folla di turisti, spesso in pantaloni corti, magliette con le scritte, sandali e panini in bocca, che fotografa e si fa fotografare davanti al cancello d’ingresso con la famigerata scritta “Arbeit Macht Frei”. «È il documento spaventoso dell’oblio, della storia che si auto cancella, di un’immane tragedia umana diventata vacanza, dell’Olocausto con picnic» ha scritto orripilata Natalia Aspesi. E se invece non fosse così?
Spiega ancora il regista: «L’idea di fare questo film mi è venuta perché visitando questi luoghi ho sentito subito una sensazione sgradevole, nel mio stesso essere lì. Sentivo come se la mia presenza fosse eticamente discutibile, avrei voluto davvero capire, attraverso il volto delle persone, degli altri visitatori, come ciò che guardavano si riflettesse sul loro stato d’animo. Ma non nascondo di esserne rimasto, alla fine, abbastanza perplesso». Come molti vedendo il film, in verità.

Michele Anselmi

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