CONDANNATO A ESSERE EROE. ESCE “BILLY LYNN” DI ANG LEE, UN FILM SPIAZZANTE E IMPERFETTO, MA PESCA NEL PROFONDO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

In fondo “Billy Lynn – Un giorno da eroe” è una variazione sul tema di “Flags of Our Fathers”. Se nel film di Clint Eastwood la battaglia di Iwo Jima e la celebrata fotografia dei sei marines colti nell’atto di alzare la bandiera a stelle e strisce erano quasi un pretesto per raccontare la potenza fagocitante della macchina di propaganda americana, nel film di Ang Lee un piccolo atto di eroismo durante la guerra in Iraq, finito comunque male ma ripreso da una telecamera e rimbalzato sui notiziari, offre lo spunto per impaginare un amarissimo dramma, quasi di impianto teatrale, sugli effetti della retorica bellicista, dello spaesamento esistenziale, dello stress post-traumatico subito da tanti soldati spediti laggiù.
Ci sono voluti soldi cinesi per realizzarlo (lo ricorda anche una battuta del dialogo parlando d’altro) e forse non è un caso che sia andato così male al botteghino americano. Da noi esce il 2 febbraio con Sony. “Billy Lynn – Un giorno da eroe”, benché tratto da un best-seller di Ben Fountain, sfugge a molti cliché pur racchiudendoli tutti, depista e allude, spiazza e irrita; alla fine non sai bene come prenderlo, tuttavia senti crescere dentro un notevole disagio emotivo: lo stesso in qualche misura vissuto dal protagonista.
Appunto Billy Lynn, un soldato ventenne della mitica Compagnia Bravo (quella del “Grande Uno Rosso”) che torna in patria, nel natio Texas, circonfuso da un’aura di valoroso, di “american hero”. Siamo nel 2004: durante uno scontro a fuoco con gli insorgenti il giovanotto è uscito allo scoperto per dare aiuto al suo sergente, ferito gravemente. Il suo gesto ha fatto il giro del mondo e ora, insieme a sette suoi commilitoni, è ospite d’onore, per il Giorno del Ringraziamento, nello stadio dove giocano i Dallas Cowboys. Ma presto l’evento sportivo si muta in truce baraccone mediatico, in un clima che non sarebbe dispiaciuto a Robert Altman: tra petrolieri pitocchi, pose imbarazzanti, Beyoncé che sculetta, diktat televisivi e facchini pronti a menare le mani. La morale, forse, sta tutta in una frase che echeggia in sottofinale: «Siamo un paese di bambini, a volte andiamo altrove per crescere, a volte per morire».
Immerso in una grigio tendente al verdastro, quasi a evocare lo stato d’animo di quei giovani “guerrieri” dapprima incuriositi, poi manovrati e infine umiliati, il film gioca su vari registri, inclusa la satira, usando la survoltata giornata degli onori come un contenitore, mentre cresce sul volto di Billy Lynn un senso di totale smarrimento: politico, esistenziale, morale. La sorella pacifista vuole convincerlo a non ripartire, una formosa cheerleader lo seduce, l’industriale cinico lo corteggia nella prospettiva di girare un film su quella storia interpretato da Hilary Swank, e intanto scopriamo, un po’ alla volta, che cosa è successo davvero laggiù in Iraq quel giorno maledetto…
Povero Billy, “condannato” a essere eroe, a sentirsi eroe, a comportarsi da eroe, mentre cresce un sentimento di totale estraneità al suo stesso Paese che finge ora, distrattamente, di glorificarlo. Tanto da fargli desiderare di tornare nell’unico posto sicuro dove si sente a casa, cioè in guerra.
Cast di lusso, con Vin Diesel, Kristen Stewart e Steve Martin rispettivamente nei ruoli della sorella ulcerata, del sergente “zen” e dell’industriale buffone, anche se la scena è tutta per l’esordiente Joe Alwyn, che porta sotto l’elmetto mimetico o il basco nero la bellezza fragile, onesta e posata di questo ragazzo texano destinato a lentamente a franare nel corso della giornata cruciale (sentirlo in originale è un’altra cosa rispetto alla versione doppiata, fidatevi).

Michele Anselmi

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