TORNA LA BANDA DEI RICERCATORI, STAVOLTA FANNO I BRAVI. UNA BOCCATA D’ARIA FRESCA NEL CINEMA ITALIANO SENZA IDEE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

“Smetto quando voglio” incassò, era il 2013, oltre 4 milioni di euro al botteghino. Nell’Italia cinematografica che rifà pigramente commedie francesi, spagnole o argentine senza nemmeno citare l’originale sui titoli di testa, il film sbarazzino del trentenne Sydney Sibilia ha avuto se non altro il merito di inventare qualcosa di nuovo, che prima non c’era. “Smetto quando voglio”, certo per sorriderne in chiave generazionale citando a man bassa serie americane come “Breaking Bad” e “The Bing Bang Theory” o film come “Lock & Stock” e forse il nostro “La banda degli onesti”, introduceva infatti un semplice paradosso: che cosa succede se il crimine ingegnoso praticato da un gruppo di ricercatori disoccupati diventa l’unica alternativa a un precariato umiliante e senza scampo?
La commedia impertinente è piaciuta ben al di là delle attese, pure evitando i soliti noti che zompano da un set all’altro, e giustamente il produttore Domenico Procacci, d’intesa col collega-regista Matteo Rovere e Raicinema, hanno annusato l’affare e rimesso insieme “la banda dei ricercatori”. Addirittura realizzando due seguiti in una botta sola, per farne una trilogia: “Smetto quando voglio. Masterclass” è uscito giovedì 2 febbraio, l’episodio finale “Smetto quando voglio. Ad Honorem” si vedrà tra qualche mese (ma una collezione di scene appare già sui titoli di coda del secondo per alimentare la curiosità).
Naturalmente l’originalità un po’ ne risente, la serialità muta la prospettiva, deve procedere per accumulo di trovate sempre più esplosive, buffe o strampalate, perfino il vecchio slogan di lancio rischia di apparire usurato. Ricordate? Diceva: «Meglio ricercati che ricercatori». Anche se… Nella nuova avventura, scritta dallo stesso Sibilia con Luigi Di Capua e Francesca Manieri, accade allora che i magnifici sette ricercatori, esaurito malamente il momento di gloria e ricchezza, si ritrovino a lavorare per conto della polizia. In realtà non sono più sette, altri tre “professorini” si sono aggiunti nel frattempo, e quindi siamo saliti a quota dieci. Il loro compito? In cambio della fedina penale ripulita, debbono scoprire la formula chimica di una trentina di “smart drugs” che hanno invaso il mercato romano. Impresa improba, pure pericolosa: perché la tosta sbirra della narcotici che li ha assoldati si rivela molto ambiziosa e non proprio di parola; ma soprattutto perché la pillola più ardua da decifrare, soprannominata Sopox, custodisce un allarmante segreto.

Quando uscì “Smetto quando voglio”, il produttore Domenico Procacci avvisò così i giornalisti: «Noi vogliamo fare intrattenimento, divertire la gente, raccontare una storia paradossale, se il film si prende troppo sul serio tutto si sgonfia». Aveva ragione. Nel secondo episodio, che non è più divertente del primo come promette lo strillo di lancio ma certo si vede assai volentieri, il tema della disoccupazione intellettuale si perde, a vantaggio di un meccanismo noir-poliziesco che punta su parentesi esotiche, sequenze d’azione, ironici ralenti frontali e affondi politicamente scorretti (quegli elmetti nazisti con la svastica), ma senza ripudiare le citazioni latine e le situazione maldestre.
I colori prevalenti sono sempre gli stessi, un po’ da “Csi Miami”, e cioè un mix di verde, giallo, rosso, blu elettrico e viola intonato con cura agli abiti dei personaggi, mentre la musica rock-punkeggiante fa il resto, in un clima di allegro cazzeggio che trova l’effetto comico nel contrasto con l’eloquio forbito dei cervelloni legati alla Sapienza.
Siccome squadra che vince non si cambia, i sette eroi tornano tutti in azione, idiosincrasie incluse: e cioè Edoardo Leo (il leader indiscusso), Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Lorenzo Lavia e Pietro Sermonti. I tre nuovi acquisti sono Marco Bonini, Giampiero Morelli e Rosario Lisma; mentre il versante femminile è garantito con spigliatezza da Greta Scarano e Valeria Solarino. Poi c’è il “cattivo”, un inedito Luigi Lo Cascio con barba, capelli lunghi, abiti total black: sta cucinando qualcosa di molto molto pericoloso…

Michele Anselmi

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