Moonlight, un dramma sul diverso tra meriti e cliché

Se un difetto c’è, in questo Moonlight di Barry Jenkins, è forse la totale aderenza a quelli che sono gli stilemi di genere di una produzione indipendente che porta sullo schermo la storia del difficile percorso formativo di un giovane outsider. Telecamera a spalla sui protagonisti per amplificare la veridicità della narrazione, santificazione politically correct del personaggio principale, caduta e rinascita dell’eroe designato nella migliore tradizione delle “regole proppiane”.

Eppure questa storia di un diverso tra i diversi (in quanto nero e, in aggiunta, omosessuale) si lascia perdonare il peccato veniale della prevedibilità poiché impreziosita da una regia capace di  costruire un racconto di compatta coerenza, avvalendosi con abilità degli strumenti del linguaggio cinematografico a implementare il senso dei differenti passaggi narrativi; se, allora, un auto imposto silenzio è – tra i tanti – elemento essenziale dell’essere differente di Chiron, il protagonista del racconto, allora Jenkins elide dallo schermo le urla della di lui madre, attutendo la violenza della scena, ma amplificandone, di fatto, la portata emotiva.

Forte di 8 candidature ai prossimi Academy Awards (tra le quali miglior film, regia, attore e attrice non protagonista), e già vincitore del Golden Globe come miglior film drammatico, Moonlight ha tra i suoi ulteriori punti di merito un collage di interpretazioni intense e al contempo misurate, capaci di evitare eccessivi pietismi e di conferire ulteriore veridicità ad un dramma di lunare bellezza. In sala a partire dal 16 gennaio, distribuito da Lucky Red.

Marco Moraschinelli

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