IN RICORDO DEL REGISTA PASQUALE SQUITIERI, MORTO A 78 ANNI. SI DIVERTIVA A FARE IL BASTIAN CONTRARIO, MA AVEVA TALENTO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il regista Pasquale Squitieri è morto all’ospedale Villa San Pietro di Roma. Era nato a Napoli il 27 novembre 1938. Sceneggiatore e regista, noto soprattutto per il suoi film storico-politici, aveva debuttato Pasquale Squitierialla macchina da presa con «Io e Dio», nel 1969, prodotto da Vittorio De Sica. Poche settimane fa, già molto provato nel fisico, aveva ritirato a Cinecittà il premio legato alla rassegna “Primo piano sull’Autore”, pilotata da Franco Mariotti. Ho ritrovato nel mio archivio questo articolo che scrissi nel 2008, credo per “il Giornale”. Ho conosciuto Pasquale, c’è stato un periodo in cui lui mi prese in simpatia, pur nelle diversità delle opinioni, mi invitava ogni tanto al ristorante “Il Bolognese”, dove era di casa, ricordo che guidava ancora una vecchia Rover. Io lavoravo a “l’Unità” ed ero stato l’unico che aveva voluto intervistarlo nel ruolo di responsabile per il cinema di Alleanza nazionale. All’Anac qualcuno aveva protestato, gridando allo scandalo, ma devo riconoscere che, almeno in quell’occasione, una delle poche, il direttore Walter Veltroni mi difese.

———-
(Michele Anselmi, articolo del 2008) Pasquale Squitieri non è cattivo, è che lo disegnano così. Anzi, ad essere precisi, si disegna lui stesso così. Come certi autori di nome rimasti un po’ fuori dal giro, perché avanti con gli anni o non più in sintonia coi gusti correnti, il quasi settantenne cineasta napoletano si diverte a fare il bastian contrario. Parla un po’ come un pistolero, memore di quel “Django contro Sartana” che diresse nel 1970 firmandosi William Redford, con frasi sibilanti e definitive, a volte sarcastiche, per la serie: io so’ io e voi nun capite un cazzo. Finché ha governato il centrosinistra, Squitieri se n’è stato un po’ disparte, forse disgustato dall’andazzo generale, forse preso dai progetti saltati (l’ultimo suo film, “L’avvocato De Gregorio”, protagonista Albertazzi, risale al 2003). Con Alemanno salito al Campidoglio, non gli è parso vero di ergersi a Grande Accusatore della Festa di Roma, sicuro che il neosindaco gli avrebbe affibbiato la presidenza della kermesse, o qualcosa del genere, per spezzare le reni all’odiata combriccola bettinian-veltroniana e dare la linea “per gestire il mostro e trasformarlo in una vera vetrina di sinistra”.
I giornalisti, tutti, gli sono andati dietro. Interviste a ripetizione, dichiarazioni al fulmicotone o sprezzanti, cifre sballate sulle guardie del corpo di Nicole Kidman, pareri coloriti su George Clooney e Leonardo DiCaprio, fino al suo capolavoro: “Una pagliacciata. E porta jella. Le Feste si fanno quando ha vinto qualcuno, quando i figli si laureano, quando un cantiere è ultimato. Qui siamo alla frutta, il cinema italiano non esiste più” (a Valerio Cappelli del “Corriere della Sera”).
Squitieri dice sempre le stesse cose, anche sabato scorso a “8 e mezzo”, di fronte a uno sbalordito Lanfranco Pace e una spazientita Ritanna Armeni. E cioè che un tempo si facevano 300 film all’anno, anzi 400, anzi 500, tanto chi può contestarlo; che per Rossellini “solo il cinema commerciale può finanziare il cinema d’autore”; che il cinema italiano è morto o moribondo; che non esistono più i produttori di una volta come Alfredo Bini; che bisognerebbe far rinascere i generi, e cioè il poliziesco, l’erotico, il western, la commedia, eccetera, come accadeva negli anni Sessanta e Settanta.
Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa, ha definito “inquietanti, fuori sync, parole in libertà” i giudizi del regista contro la Festa, pregando Alemanno, subito risentitosi, di non affidargli posti di rilievo nel cda, tanto meno la presidenza della fondazione Cinema per Roma. In effetti, l’ipotesi Squitieri sembra tramontata, il che ha fatto ancora più infuriare l’interessato. Il quale, subito volato a Cannes per presentare “Io Claudia”, affettuoso omaggio all’amata Cardinale, ha avuto modo di attaccare nuovamente la Festa di Roma. Allargandosi un po’ sulle cifre per amore di polemica: “Non mi sembra uno scandalo dire che in periodi di rigore 17 milioni di euro sono tanti, specie se confrontati con quello squitieri_cardinaleche si spende per manifestazioni analoghe, come i 3 milioni di euro per la Mostra di Venezia”. Che 17 milioni siano tanti, forse troppi, non ci piove, però chi si occupa di cinema dovrebbe sapere che Venezia costa attorno ai 10 milioni di euro, 8 dei quali vengono da fondi pubblici.
Ma questo è il meno. Memore di aver diretto nel 1972 “Camorra”, non gli è parso vero di prendersela, parlando a Michela Tamburrino di “la Stampa”, con “Gomorra”: il film e lo scrittore. Sul film: “È allucinante e senza senso: solo ammazzamenti, nessun tentativo di vedere cosa c’è dietro. Di questa violenza cinematografica, dopo aver visto Tarantino ne avevamo già avuto abbastanza”. E fin qui è un parere legittimo. Sullo scrittore: “Allucinante anche il fatto che Saviano si presenti sul red carpet con le guardie del corpo. Andiamo, è una buffonata da attore di quarta. Lo sappiamo tutti che quando la mafia vuole uccidere non c’è scorta che tenga”. E qui la lingua è scivolata di nuovo. Perché, comunque la si pensi su Saviano, tutti sanno – sono usciti titoli grossi così e servizi sui tg – che lo scrittore sotto scorta non ha fatto la montée des marches accanto agli attori e ha evitato qualunque situazione mondana. Stavolta Domenico Procacci, produttore di “Gomorra”, s’è proprio arrabbiato: “Considero ignobili le affermazioni di Squitieri. Non avendo letto i giornali a proposito del mancato red carpet, forse Squitieri non li ha letti neanche a proposito dell’omicidio di Domenico Noviello, ucciso dalla camorra per dichiarazioni fatte oltre otto anni fa”.
Ma vedrete che il regista dei “Guappi” non si farà intimorire. La sua strategia consiste nell’attaccare, sempre. Talvolta con qualche ragione. L’idea di girare “Hotel Meina”, il film che si ispira alla tragica vicenda dei sedici villeggianti ebrei che tra il 16 e il 22 settembre 1943 furono sequestrati in un albergo sul Lago Maggiore e poi trucidati, era sua. Ma alcune sventate dichiarazioni sulle leggi razziali del ’38, nonché il parere dei parenti delle vittime, consigliarono di passare la mano al più rassicurante e “democratico” Carlo Lizzani (e pure lui ebbe il suo daffare per via di alcune libertà drammaturgiche).
La verità è che Squitieri, già senatore di Alleanza nazionale, pur definendosi “regista di destra”, l’unico che c’è, resta un estremista di sinistra dalle venature anarchicheggianti. Quelli dell’Anac, l’associazioni degli autori agé guidata per tanti anni da Citto Maselli, lo vedono come fumo negli occhi, pur appartenendo alla stessa stagione cinematografica, alla stessa temperie politica. Con la differenza che Squitieri, per lungo tempo, li ha scavalcati a sinistra. Roberto Silvestri, sul “manifesto”, ha ironizzato “sull’estasi ideativa” di Squitieri attorno alla Festa pur lodandone il profilo: “È amico di Toni Negri e firmò contro l’ignominia del 7 Aprile”. E basta fare un salto su Wikipedia per scoprire che “nell’ottobre 1971 fu tra i firmatari di un’autodenuncia pubblica su Lotta Continua in cui esprimeva solidarietà verso alcuni militanti e direttori responsabili del giornale inquisiti per istigazione a delinquere a causa del contenuto violento di alcuni articoli, impegnandosi a combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato”.
Oggi sta con Fini e Alemanno, sia pure alla sua maniera, da cane sciolto, che rifugge ipocrisie e bon-ton. Per questo s’è conquistato le lodi sperticate del “Foglio”. Lo scrittore siciliano Fulvio Abbate gli ha Cardinale_squitieridedicato l’intera rubrica “Conformismi” del 21 maggio scorso. Titolo-occhiello: “Sì, Pasquale”. Sommario: “Sogno un ‘bruto’ alla Festa del Cinema, talmente bruto da aprire le porte al Nuovo (viva Squitieri)”. Un paradosso in stile fogliesco? In parte sì, ma state a sentire: “Ovviamente, da un bruto come Squitieri (da molti pronunciato Squittieri), una volta insediato lì, è doveroso attendersi, come dire?, scelte inurbane, scelte in grado di aggiungere raccapriccio a raccapriccio, sgomento a sgomento, scelte disdicevoli: e tuttavia si tratterebbe di uno sgomento così abissale da far sospettare che attraverso l’ascensione del bruto possa finalmente giungere il Nuovo, l’Inatteso, il Meraviglioso, l’Assoluto”. Abbate certo si diverte quando loda “gli occhiali bene in vista lì sulla fronte, in posizione di riposo, come già Pasquale, al punto da averne fatto il proprio segno ultrasomatico distintivo”, ma si capisce che “la modesta proposta” è rivolta a sfottere “le anime belle di certi rispettabilissimi salotti”, s’intende di sinistra.
Squitieri pare abbia apprezzato. Del resto, l’uomo, storico habitué del ristorante “Il Bolognese” nonché polemista dalla penna all’occorrenza fine sul “Giornale”, è un mistero per molti, anche per chi ha apprezzato alcuni dei suoi film. Il primo dei quali, era il 1969, si intitolava “Io e Dio”.

Michele Anselmi

Lascia un commento