Barriere. Dalla pièce di Auguste Wilson, Denzel Washington interpreta e dirige un film sul potere della parola

Al termine di Barriere, avremo conosciuto a fondo Troy Maxson: la sua difficile infanzia, i  trascorsi in carcere, la sua etica del lavoro, i suoi appetiti sessuali e la sua filosofia di genitore. E tuttavia, la  qualità più importante dell’uomo, quella che apprendiamo da lui nell’immediato, è una smania da narratore fuori dal comune. Egli è il più grande oratore del mondo. Troy, divertente, provocatorio, stimolante e malinconico, fa la sua prima comparsa sullo schermo discorrendo con l’amico Bono (Stephen McKinley Henderson) e scherzando con la moglie, Rose (Viola Davis). Fiume di chiacchiere in piena,  non cesserà di proferire verbo finché avrà fiato. Nei suoi lunghi monologhi, tra vanterie e spacconate, parolacce e stralci di poesia, l’instancabile raccontastorie mette alla prova la pazienza di Rose, Bono, parenti e amici. Troy, che non fa mistero del proprio analfabetismo, usa il linguaggio come strumento di analisi per spiegare le immagini nella sua mente, provando a comprendere la forma del mondo in cui è costretto suo malgrado a sopravvivere. Il linguaggio è altresì la sostanza del nostro protagonista. La sua vita si dipana nel tempo così come le parole si susseguono sulla pagina bianca. A quelle parole ha dato vita il drammaturgo August Wilson (vincitore di un premio Pulitzer).

Interpretato già da James Earl Jones (1985) e più recentemente da Denzel Washington (2010), Troy si inserisce tra i personaggi indelebili della letteratura drammatica americana. Washington dirige e adatta alle sue corde vocali una trasposizione priva di slanci registici, ma onesta e intensa nelle performance dei protagonisti. La sua voce è un potente  strumento. È sufficiente chiudere gli occhi concentrandosi sull’ascolto per udire una prestazione verbale dalla forza senza pari, condita di innumerevoli sfumature. A poco a poco, con minuzia e intelligenza, Denzel Washington dipinge il ritratto di un uomo complesso, capace d’essere affascinante e irascibile, amorevole e crudele, filosofo e testardo, accattivante e sgradevole. Troy, padre frustrato dalle disuguaglianze razziali, cerca di ottenere la sua vendetta a spese della famiglia, divenendo il nemico che sta cercando di combattere. Un ruolo difficile, forte, esigente, sempre sul pezzo, che l’attore-regista abbraccia in tutto il suo vertiginoso splendore. Viola Davis, che recitò a teatro nella trasposizione del 2010, ha dalla sua un minor numero di righe. Tuttavia, a mano a mano, nel crescendo dinamico della coppia, il centro di gravità andrà spostandosi sul versante femminile. Rose è il contrappeso necessario alla magniloquenza del marito. La Davis ci regala un monologo di lacrime, naso che cola e ferite, mostrando il punto di rottura di una donna a faccia a faccia con la cruda realtà. Per qualche istante sconvolgente Rose parla della sua famiglia, di fratellastri e sorellastre nati e cresciuti in una realtà umana patriarcale e razzista. Ambientato nella Pittsburg di fine anni Cinquanta, la storia si sofferma a descrivere la famiglia di un uomo, ex giocatore di baseball, che nel bel mezzo della sua vita sta progettando di evadere dalle proprie frustrazioni. A cinquantatré anni, Troy esercita la propria autorità nell’unico luogo che gli è concesso: la sua modesta abitazione. La prima vittima dei suoi autocratici eccessi è il figlio diciassettenne, Cory. Il suo atletismo, le sue ambizioni personali saranno stroncate sul nascere da un padre convinto che  nello sport non ci sia posto per un afroamericano. Altra vittima diretta è Rose, moglie amorevole che sacrifica ogni sua ambizione sull’altare dell’amore. Fondendosi (e confondendosi) con Troy, anima e corpo, la donna andrà incontro alla più totale spersonalizzazione. Fino a che quest’invisibile equilibrio non sarà più in grado di reggere.

La storia dei Maxson, le tribolazioni morali del loro nucleo familiare, si innestano in un periodo storico che contraddistingue il dramma del popolo afroamericano: le leggi razziali degli anni Cinquanta. Il copione è ben congegnato e ben scritto, capace di disegnare personaggi con precisione inquietante. Tutti i protagonisti, dal primo all’ultimo, sono finemente lavorati. Essi sono gli specchi che rinviano alla nostra approssimativa (e contraddittoria) condizione umana. La maggior parte del film è ambientata nel cortile dei Maxson. Qui troviamo la mazza da baseball di Troy, il suo alcol, qualche seggiola, i panni stesi ad asciugare. Il titolo, Barriere, indica le recinzioni imposte dalla razza e dalla famiglia e la soglia sottile che separa la vita dalla morte. Non c’è un solo anello debole nel cast di un film denso, intelligente e compassionevole. Eppure non si può fare a meno di chiedersi come avrebbe potuto essere un “vero” film, basato sul lavoro teatrale di August Wilson, al posto di questo teatro filmato in maniera impeccabile e rispettosa. Dal 23 febbraio in sala.

Chiara Roggino

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