RETTIFICO: SE IL RISULTATO È “BEATA IGNORANZA” DI BRUNO MEGLIO COPIARE LE COMMEDIE FRANCESI (MAGARI DICENDOLO)

L’angolo di Michele Anselmi  Scritto per Cinemonitor

Debbo rettificare quanto scritto in precedenza. Se il risultato è “Beata ignoranza”, meglio che il cinema italiano non provi neanche a spremersi le meningi, rifaccia le commedie francesi mai uscite da noi, magari solo confessando da dove viene lo spunto. Giovedì 23 febbraio esce con 01-Raicinema il nuovo film di Massimiliano Bruno, il suo quarto, scritto stavolta con Herbert Simone Paragnani e Gianni Corsi, e ci si continua a chiedere perché un abile cineproduttore del calibro di Fulvio Lucisano continui a sfornare commedie così scipite, stiracchiate, sfibrate, tutte uguali. Eppure sia “Che vuoi che sia” di Edoardo Leo sia “La cena di Natale” di Marco Ponti avevano ben rivelato la crisi di una formula.
Non che la faccenda riguardi solo Lucisano: a forza di fare sempre lo stesso film, e con gli stessi attori (più o meno), il pubblico italiano comincia a storcere il naso. Alessandro Siani con “Mister Felicità” e Ficarra & Picone con “L’ora legale” avranno pure valicato, di poco, il traguardo dei 10 milioni di euro al botteghino, ma ormai sono casi rari, rarissimi, mosche bianche. Vorrà dire qualcosa o no?
E torniamo a “Beata ignoranza”: il titolo allude a un modo di dire popolare e insieme a una condizione diffusa. Massimiliano Bruno è un cineasta simpatico, a tratti dotato, oltre che drammaturgo e attore. Ma in questa ennesima filiazione di “Perfetti sconosciuti” si tocca con mano l’artificiosità sceneggiatoria di un cinema che, nell’inseguire temi universali, naturalmente per sorriderne e suggerire qualche riflessione, non sembra mai porsi un problema di linguaggio. A meno di non intendere per stile i due protagonisti che ogni tanto si rivolgono alla cinepresa strizzando l’occhio allo spettatore o la cara estinta che si mette a parlare dalla foto-medaglione sulla tomba.
L’ideona di “Beata ignoranza” sarebbe questa. Nell’Italia sempre connessa e “social-addicted” due professori di liceo agli antipodi, nonché ex amici per la pelle persisi di vista da vent’anni, si fanno la guerra con effetti buffi mentre il passato torna a mettere zizzania sotto forma di una figlia forse dell’uno o forse dell’altro.
Marco Giallini e Alessandro Gassmann, al loro terzo film insieme, vanno col pilota automatico: il primo nel ruolo di Ernesto, un prof all’antica e serioso, con la barba e di sinistra, che recita le poesie di Foscolo ai suoi allievi, acquista quotidiani e periodici, non possiede smartphone e ignora Facebook; il secondo nel ruolo di Filippo, un prof giovanilista e cazzone, s’intende atletico e molto Peter Pan, che si veste da adolescente, insegna matematica a colpi di app e se le porta a letto tutte. In mezzo ai due contendenti c’è Nina, ossia Teresa Romagnoli, ventiquattrenne inquieta, pure incinta, ma soprattutto figlia in cerca di un padre. Sarà lei a proporre ai due cinquantenni una sfida di questo genere: per qualche mese Ernesto dovrà entrare nella rete e Filippo provare a uscirne.
Il tutto suona insensato, macchinoso, gratuito, insomma solo una cornice per degli sketch. Anche se il regista assicura che “questo viaggio cambierà profondamente entrambi, costringendoli a trovare un equilibrio, sempre più raro e delicato ai giorni nostri, tra la coscienza globale di chi si affida alla rete e la totale indifferenza di chi si ostina a resistere all’epoca digitale”. Vabbè.
Se “Isn’t She Lovely” di Stevie Wonder fa da refrain nostalgico, le musiche di Maurizio Filardo sono spalmate praticamente su tutto il film, a coprire ogni dialogo, ogni situazione, ogni (possibile) emozione. Bozzetti dialettali e quadretti maliziosi fanno il resto, mentre i due protagonisti pescano nel rodato repertorio di affondi coloriti che li ha resi famosi, senza impegnarsi – si direbbe – più di tanto.

Michele Anselmi

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