“JACKIE”, LA FORZA DI UN TAILLEUR ROSA MACCHIATO DI SANGUE. FILM UN PO’ SOPRAVVALUTATO, MA JOHN HURT FA LA DIFFERENZA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

John Hurt faceva la differenza, sempre. L’immenso attore britannico, classe 1940, già “Elephant Man” sotto il mascherone, è morto il 25 gennaio scorso, ucciso lentamente da un tumore al pancreas. Già molto provato nel fisico, girò “Jackie” di Pablo Larraín, ritagliandosi una comparsata da brivido, anche se di pochi minuti. Incarna un vecchio prete chiamato a dare l’estremo saluto al presidente John Fitzgerald Kennedy, sepolto nel cimitero di Arlington il 25 novembre 1963. Il suo colloquio con la first lady rimasta vedova è tra le cose più intense di un film per altri versi John Hurtsfocato, monocorde, bombardato di musica inutile, assai sopravvalutato, almeno a parere del sottoscritto.
«La sera, mettendomi a letto al buio, mi chiedo: Dio, è tutto qui?» confessa il sacerdote a Jackie, a suggerire che il senso della vita sta nel rimettersi ogni mattina in moto, magari preparando il caffè, provando a reagire. Che è esattamente quanto farà la donna discussa e ammirata, odiata e amata, ambigua ed elegante, chissà quanto sincera nel confessare: «Non ho mai voluto la celebrità, sono solo diventata una Kennedy».
Nelle sale da giovedì 23 febbraio con Lucky Red, “Jackie” è il primo film girato in inglese del cineasta cileno di “El Club”, assai coccolato dai cinefili e qui alle prese con una produzione quasi hollywoodiana, non fosse altro per la presenza di Natalie Portman nei panni della famosa donna che, neanche cinque anni dopo la morte di JFK, avrebbe sposato l’armatore Aristotele Onassis in uno strascico di polemiche e sospetti.
E tuttavia, nel ricostruire i quattro giorni cruciali che vanno dall’attentato di Dallas del 22 novembre 1963 al funerale nella cattedrale di St. Matthew a Washington, Larraín offre di Jackie un ritratto sfaccettato, fatto di chiari e scuri, ma sostanzialmente positivo: come di donna capace di governare quel lutto planetario, eternando la leggenda del marito-presidente che pure la cornificava allegramente.
La cornice è l’intervista concessa in esclusiva a un giornalista poco malleabile, quasi un duello a fil di spada: da lì si dipartono ricordi, confidenze, andirivieni temporali, fino alle ore terribili di Dallas, con Jacky che rifiuta di togliersi il famoso tailleur rosa macchiato di sangue, quasi a farne una sorta di doloroso memento, un messaggio a tutta l’Unione. Dignitosa e fiera, Jacky scombina i protocolli, impone le sue scelte, trasformandosi essa stessa in icona quando apre il corteo funebre, il velo nero sul viso, accanto ai due piccoli figli.
Più dimenticabile, semmai, è il film, in concorso a Venezia 2016 e ora candidato a tre premi Oscar. Pablo Larraín è già asceso a venerato maestro, ma “Jackie” divaga un po’, sparge molte lacrime e non spiega più di tanto il segreto di questa donna così imitata e temuta, emblema di glamour, di eleganza occidentale, di lucida consapevolezza del ruolo. Non a caso il “London Evening Standard” avrebbe scritto: «Jacqueline Kennedy ha dato al popolo americano una cosa che gli era sempre mancata: la maestà».

Michele Anselmi

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