Berlino. Due o tre cose che so di lei

Quando vado a un festival di cinema come quello di Berlino, che è arrivato alla conclusione, alla visione dei film, non me ne vogliano i colleghi, a un certo punto preferisco frequentare la città. Andando in giro per i quartieri, ascoltando la gente, sentendo l’aria che tira. Di questa seducente città, la prima cosa da dire è che non si tratta di una metropoli vera e propria, bensì di un agglomerato di borghi diversissimi tra loro, 40 km. di diametro, i quali un bel giorno, nel secolo scorso, hanno deciso di federarsi. Berlino ha più ponti di Venezia e a rendere così singolari i vari quartieri non è solo l’aspetto fisico, ma persino la parlata. A Est, dove c’è stato il muro, gli eredi del comunismo parlano con un accento che sembra quasi un’altra lingua. Invece nei borghi a dominanza turca, che è la prima comunità di immigrati, si parla con un accento meticcio.

A livello politico il dibattito all’ordine del giorno è la sfida per le imminenti elezioni tra Angela Merkel e Martin Schultz, in grande ascesa. La cancelliera, figlia di un pastore luterano, arriva da Berlino Est e sin da giovane diffida del regime. Ma ha finito per diventare ondivaga, quasi trasformista, anche pronta a rinnegare se stessa. Senza una visione del futuro, come aveva invece Gerhard Schröder, il vero padre della Germania moderna, capace di attuare una serie di riforme che la Merkel non ha saputo continuare. La chiamano “mutti”, la mamma, perché calma e rassicurante, il che oggi non basta più. Schultz al contrario viene da una famiglia di minatori, si è fatto da solo, non è mai stato coinvolto in uno scandalo. Berlusconi lo insultò in parlamento chiamandolo “kapò” e facendo una figuraccia che si ricorda ancora oggi. È un ex alcolista, capace di uscirne con la forza della volontà. È un uomo semplice. Se vincerà le elezioni, sposterà a sinistra la Germania, il che sarà un bene anche per noi.

A Berlino nell’ultimo decennio gli italiani si sono triplicati, attirati da troppe belle speranze. Ufficialmente i registrati sono circa 20mila, ma si calcola che di fatto salgano ad almeno 50mila. Negli ultimi tempi hanno però cominciato a diminuire, a causa della crisi che attanaglia anche le tasche tedesche. Sinora i nostri connazionali, per lo più giovani, sono stati ammaliati dal miraggio dell’occupazione facile, non sapendo che la disoccupazione si sente anche qui. Una buona parte è venuta per studiare: una laurea tedesca vale assai di più di una italiana. Soprattutto gli stage, trascorsi nelle industrie locali, hanno garantito l’assunzione a un buon numero di ragazzi meritevoli. Il che in Italia non accade quasi mai, tant’è che gran parte dei nostri stage oggi va deserta. Molti sono stati attratti da una città cosmopolita, sicuramente più di Parigi e anche più di Londra, peraltro ben più costose. Altri sono stati calamitati dalla fama di capitale gaudente e permissiva. Sono stati celebrati qui i primi matrimoni tra lo stesso sesso e la comunità gay più forte d’Europa è proprio qui. Non ultimo, Berlino è una città che non si scandalizza di fronte a nulla, permissiva sino all’estremo, sin dai tempi di Brecht, quando il piacere non conosceva barriere.

Tanti elementi di attrazione negli ultimi tempi si sono attenuati e la città è diventata meno vivibile, sporca e dimessa, in certe zone anche più di Roma. Molti italiani sono arrivati sperando di fare gli attori, i cantanti, i compositori. Ma dopo anni di frustrazione si sono ridotti a versare la propria creatività nell’unica industria che ci privilegia: la ristorazione. Da aspirante musicista a cameriere il passo è breve. Primum vivere. L’unificazione tra le due Germanie ha prodotto un fenomeno strano. Non è stata Berlino Ovest, la metropoli occidentale, a influenzare l’Est comunista, ma è stato l’esatto opposto. Come se da noi fosse il meridione a condizionare il nord industrializzato, rendendolo meno dinamico e meno operoso. E così la Berlino odierna si è lasciata ammaliare dalla burocrazia tipica dei regimi, da una certa faciloneria e soprattutto dalla mancanza di imprenditorialità, che è stato il cemento della riscossa dopo la guerra. Berlino sta scivolando lentamente verso il terziario, dominata dallo statalismo, distante anni luce dall’operosità di Amburgo o di Düsseldorf. Un po’ come se Napoli si impadronisse di Milano. Negli ultimi anni Berlino si è chiaramente imborghesita, lontanissima da quando si poteva comprare, soprattutto nella zona Est, un magnifico appartamento per la metà di oggi. Senza contare che gli affitti, un tempo alla portata di tutti, ora si sono fatti impervi, al punto che spesso, specie per gli stranieri, viene richiesto un garante.

Che pensano i berlinesi di noi italiani? La grande maggioranza pensa bene, soprattutto se sei giovane. Pensano male invece gli anziani, perché ci vedono come immigranti senza professionalità. Se per un lavoro umile devono scegliere tra noi e un turco, optano per il turco, che ha meno pretese. Se poi devono scegliere tra un siriano e un italiano non hanno dubbi. Un ingegnere siriano costa la metà. C’è un italiano che qui è abbastanza odiato. Si chiama Mario Draghi. Di lui sento parlare solo male. Primo perché qui sono convinti che, a forza di irrorare valuta nelle banche italiane, faccia solo i nostri interessi. E non vedono che invece fa anche i loro. La cosa che rimproverano di più a Draghi e di apprezzare l’inflazione. I più anziani ricordano che è stata proprio l’inflazione a creare il germe nazista, quando il marco si trovò a non valere più nulla e Hitler seppe cavalcare il malcontento. Draghi è avversato dai ceti medi, che hanno visto i depositi bancari non rendere più nulla, mentre prima venivano pagati buoni interessi. Non ci crederete, ma per certi aspetti Berlino ricorda il peggio dell’italianità. È diventata una barzelletta la costruzione dell’aeroporto, fermo al palo da quasi dieci anni, la cui inaugurazione viene rimandata di mese in mese ed è esposta al pubblico ludibrio. Un giorno si scopre che le porte automatiche sono difettose. Un altro che l’impianto di aria condizionata va in tilt. Se pensiamo al tormentone della nostra autostrada Salerno-Reggio Calabria, noi stiamo pure meglio. Chiudiamola qui con un bel pareggio: Italia Germania zero a zero. Una volta tanto non siamo gli ultimi.

Roberto Faenza

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