The Great Wall. Zhang Yimou e il kolossal all’americana: storia di un fallimento annunciato

In questi ultimi anni accade sempre più spesso: la Cina collabora assiduamente alla realizzazione e al finanziamento dei grandi blockbusters americani. È il caso di Transformers e dei numerosi film ispirati ai fumetti Marvel. The Great Wall è il film più costoso mai realizzato in Oriente, il primo kolossal ufficialmente co-prodotto da Cinesi e Americani. Nonostante la regia sia affidata a Zhang Yimou, il film resta soprattutto un’esecuzione made in Usa, prodotto dell’immaginazione della Legendary Pictures, sceneggiato da Tony Gilroy, Doug Miro e Carlo Bernard, specializzatisi in film i cui protagonisti sono necessariamente mostri in carne ed ossa (vedi Godzilla e Kong: Skull Island). Da questa collaborazione, una pellicola in grado di attrarre il maggior numero di spettatori possibile.

L’apporto di Zhang Yimou al lungometraggio è innegabile. Senza il suo aplomb The Great Wall sarebbe stato un crescendo di cazzotti ed effetti speciali digitali poco interessanti. Il regista porta la sua esperienza nella creazione di un esercito colorato le cui coreografie di lotta lasciano pensare al Cirque Du Soleil. E tuttavia l’imponente esercito è messo rapidamente in ombra dalle abilità marziali di Matt Damon. A lui è affidato il ruolo di protagonista assoluto dell’opera, scelta per cui in molti hanno gridato al razzismo e al “lavaggio bianco”.
Zhang Yimou è senza dubbio uno dei più grandi registi della storia del cinema cinese. È il responsabile di classici come Lanterne rosse e La foresta dei pugnali volanti. Il suo lavoro sui colori è unico e inconfondibile, le coreografie dei suoi protagonisti sono di rara eleganza. E tuttavia The Great Wall più che un film cinese è un prodotto destinato all’Occidente. Esso non segue le gesta di eroi cinesi che agiscono nel loro mondo, ma quelle di uomini europei che arrivano in Cina andando incontro ad una cultura del tutto nuova, alla ricerca di un potentissimo esplosivo, la famosa “polvere nera”.

Nonostante le nobili intenzioni, il film mette in scena una storia sempliciotta le cui vicissitudini sono raccontate ad altezza di muro, 6500 metri circa. È ancora più frustrante fare paragoni con altre opere del cineasta cinese: Hero, ad esempio, è una riflessione tagliente sul patriottismo e La foresta dei pugnali volanti è allo stesso tempo un dramma politico, una romantica storia d’amore e un film d’azione. Là dove ci si aspetterebbe qualcosa di epico come in I Tre Regni, Zhang Yimou ci offre un film fantastico. E tuttavia anche dal punto di vista visivo parte col piede sbagliato. Gli effetti digitali sono di una bruttezza disarmante, specialmente quelli utilizzati per la realizzazione dei mostri che attaccano le truppe cinesi. Questi ultimi, assai poco realistici, trasudano effetti speciali mal realizzati. E tuttavia dobbiamo riconoscere la bellezza visiva di costumi sontuosi e sgargianti addosso a protagonisti le cui prestazioni sul campo di battaglia sono di un’eleganza fuori dal comune. La storia, manchevole di fluidità e finezza, è malamente telefonata, priva di sottigliezze per tutto il trattamento narrativo. I personaggi, dal canto loro, sono artefici di colpi di scena più che prevedibili. Dopo aver visto il film, una cosa è chiara: Zhang Yimou ha realizzato una presa in giro dei kolossal americani, utilizzando tutti i cliché del genere fino allo sfinimento.

Chiara Roggino

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