Il diritto di contare (meno, ad Hollywood, se si è donne)

Come giudicare una commedia piacevole, correttamente scritta e molto ben recitata, che avrebbe potuto essere un grande film, meritevole – per storia e temi trattati – di lasciare un segno ben più importante nella memoria cinematografica?

Sia chiaro, non c’è nulla di “sbagliato” nell’adattamento di Hidden Figures, libro d’esordio di Margot Lee Shetterly (si pensi che la 20thFox ha acquisito i diritti sull’opera prima che il manoscritto fosse terminato), ma il lungometraggio diretto da Theodore Melfi non rende giustizia alle eroine di cui narra la storia, tradendo in questo il suo proposito costitutivo, rendere il giusto tributo al misconosciuto lavoro delle matematiche afroamericane che contribuirono a rendere possibile, nel 1962, il pionieristico viaggio di John Glenn, primo astronauta statunitense a compiere un’orbita completa attorno alla Terra.

Il diritto di contare ripercorre così le vicende professionali e private di Katherine G. Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, tre “computer umani” che in piena Guerra Fredda lavorarono al programma spaziale della NASA, affrancandosi, grazie all’intelligenza e alla determinazione che le contraddistinsero, dal reparto denominato West Computing, destinato a delimitare il perimetro d’azione del sottostimato (e sottopagato) personale di colore.

Eppure la Jackson (sul grande schermo con il volto di Janelle Monáe) fu la prima donna di colore della Virginia che – grazie all’ingiunzione di un giudice – poté frequentare l’università per divenire ingegnere aeronautico, la Vaughan (Octavia Spencer) si specializzò, prima fra tutte, in elaborazione elettronica e programmazione Fortran, mentre la Johnson (Taraji P. Henson) fu capace di calcolare le traiettorie orbitali per il volo attorno alla superficie terrestre di Glenn e diede un contributo determinante per il successivo sbarco dell’uomo sulla luna.

Il film di Melfi sceglie i toni della commedia (con tanto di digressione avulsa dal contesto della narrazione  per raccontare la storia d’amore tra la Johnson e quello che sarebbe diventato il suo secondo marito), traducendo il “problemuccio” della segregazione razziale ad una mera questione di bagni separati e macchinette del caffè ad uso esclusivo del bianchi (!). Perché Hollywood per parlare di John Nash assolda Ron Howard e Russell Crowe (A beautiful Mind, 2001) e per raccontare la storia di tre donne – altrettanto meritevoli – tira fuori un pettinato e zuccheroso chick-flick?

Percorsi biografici così importanti avrebbero certo meritato una traduzione cinematografica di maggior spessore, tanto più che l’alchimia delle attrici sullo schermo è notevole e, su tutte, l’interpretazione di Taraji P. Henson tanto godibile  quanto – purtroppo – funzionale solamente ad un intrattenimento infaustamente innocuo.

Marco Moraschinelli

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