CIRCUITO CINEMA NON DÀ NEANCHE UNO SCHERMO A “FALCHI” EPPURE IL POLIZIESCO NAPOLETANO A SUO MODO È D’AUTORE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Si può capire la rabbia dei produttori Gianluca Curti e Gaetano Di Vaio, secondo i quali Circuito Cinema, la ricca catena di sale riservata al cinema di qualità, oggi saldamente nelle mani di Fabio Fefé, non avrebbe concesso neanche uno schermo a “Falchi” di Toni D’Angelo, nelle sale da giovedì 2 marzo con Koch Media. Ne è nata una vivace discussione su Facebook, con affondi e precisazioni, promesse di far nomi e sospetti sugli intoppi della distribuzione. Magari alla fine qualche sala di quel circuito molto gettonato verrà fuori, o magari no.
Detto questo, “Falchi” è un curioso film, in bilico tra poliziesco esistenziale e mélo d’azione, ambientato in una Napoli cupa e livida che evoca la Hong Kong di tanti noir cari ai cinefili. Non a caso il regista cita, tra i suoi modelli di riferimento, Johnnie To e John Woo, ma in materia ogni citazione è lecita: Ferdinando Di Leo, James Gray, Antoine Fuqua, Melville, eccetera. L’idea di base è semplice, ma efficace: falchi di nome e di fatto (esiste a Napoli e in altre città una squadra operativa antiscippo che porta quel nome), Peppe e Francesco girano in moto e senza casco per i vicoli partenopei, pronti a piombare come rapaci su piccoli criminali e spacciatori, spesso armati. Naturalmente i loro metodi sono spicci, l’abitudine a menar le mani li ha resi non dissimili dai loro nemici, anche se Peppe teorizza: “Non siamo come loro, siamo poliziotti. Noi ci rialziamo sempre, perché siamo combattenti”.
Combattenti ma non proprio rassicuranti: Peppe, ovvero Fortunato Carlino, è un omone solitario e laconico che nei ritagli di tempo addestra cani da combattimento in una baracca in riva al mare; Francesco, ovvero Michele Riondino, è un bel giovanotto che si droga e se le scopa tutte per dimenticare di aver ucciso una persona innocente.
Una sparatoria finita male separa i due “amici” per la pelle; è tempo per Peppe e Francesco di fare i conti con se stessi, di ritrovare un barlume di umanità, anche di tenerezza verso il prossimo. Il tutto mentre la malavita cinese ben radicata a Napoli li ha presi di mira…
Luci verdastre, gran uso di droni per le riprese dall’alto, facce stanche e spiegazzate, sempre gli stessi abiti da battaglia, insegne cinesi al neon, un senso crescente di rassegnazione, a dirci l’ineluttabilità del destino, Pippo Delbono e Stefania Sandrelli in partecipazione speciale nei panni di un vicequestore incastrato da un pentito e di una sorridente vicina di casa… “Falchi”, per ammissione del regista, non cerca “una rappresentazione neorealistica della verità, quanto piuttosto una ricostruzione credibile della realtà attraverso la spettacolarità”. Bisogna credergli. L’epica da cinema di serie B dei vecchi “poliziotteschi” italiani si muta quindi in una ballata asprigna e tumefatta, a suo modo romantica, sul lato oscuro (scurissimo) del mestiere di poliziotto. Ogni tanto Toni D’Angelo si fa prendere la mano dal registro crepuscolare, fatto di silenzi, sguardi, tempi morti, massime a effetto, corse sulla spiaggia sotto la pioggia. Finisce abbastanza male, con una coreografata sparatoria alla John Woo, ma per fortuna non s’alza dal fumo nessuna colomba al rallentatore.
PS. Sarà di sicuro un caso, ma la locandina del film ricorda molto quella di un piccolo classico hollywoodiano del 1981, “I falchi della notte” di Bruce Malmuth, con Sylvester Stallone, Billy Dee Williams e Rutger Hauer.

Michele Anselmi

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