“ROSSO ISTANBUL”, SE FERZAN OZPETEK FA IL SONNAMBULO (SEMBRA UN FILM DI FABIO CARPI MA SENZA FABIO CARPI)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto da Michele Anselmi

“Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek sembra un film di Fabio Carpi senza Fabio Carpi. Qualcuno dirà: e chi è Fabio Carpi? Un regista colto e appartato, pure scrittore di vaglia, classe 1925, autore di piccoli capolavori come “Quartetto Basileus”, “L’amore necessario” o “Nel profondo Paese straniero”. Quasi tutti, tra echi di Borges e suggestioni proustiane, sul filo di una malinconica riflessione sulla natura umana, il potere della memoria, il passare del tempo, il bruciare effimero delle passioni.
Ozpetek, magari senza aver visto quei film, gli fa un po’ involontariamente il verso tornando a girare nella sua Turchia una storia sospesa, enigmatica, venata di autobiografismo, molto letteraria, non solo perché liberamente tratta, con l’aiuto di Gianni Romoli e Valia Santella, dal suo libro del 2013 “Rosso Istanbul”. Si parla infatti di scrittori, uno dei quali si chiama non a caso Orhan, come Orhan Pamuk, premio Nobel nel 2006, letterato prolifico, autore del saggio “Istanbul. I ricordi e la città” oltre che del recente romanzo “La donna dai capelli rossi”.
Il rosso, a quanto pare, è una costante. E Ozpetek, partendo da un ricordo personale legato alla madre anziana che improvvisamente si convertì a quel colore sgargiante per “sedurre” il giovane fisioterapista, sparge tracce vermiglie dappertutto nel suo undicesimo film: rossa è la grande casa affacciata sul Bosforo, rosso è il vestito di Neval, rossa è la giacca di pelle di Yusuf, rosso è lo smalto sulle unghie dell’anziana matriarca, rossa è la grintosa Ford Mustang decappottabile che romba nella notte.
Girato in turco con attori del posto, il che ha comportato un doppiaggio purtroppo “impostato” e a tratti fuori sincrono, “Rosso Istanbul” appartiene al versante drammatico del cinema di Ozepetk, spesso il più irrisolto, senza “mine vaganti” e “fate ignoranti”, dove il palpito esistenziale si apre a visioni, allucinazioni, presenze fantasmatiche. Pure a frasi sentenziose, a affetto, che suscitano qualche ilarità in platea. Eccone due: “Attenzione, chi guarda al passato non vede il presente”; “Istanbul è una grandissima puttana, non ha mai respinto nessuno”.
Orhan Sahin, un ex scrittore di successo trasferitosi da anni a Londra dove svolge un lavoro da editor, torna il 13 maggio 2016 nella natia Istanbul per aiutare l’amico regista Deniz Soysal a terminare il suo nuovo libro. Ma c’è qualcosa di strano nell’aria. Quasi un senso di minaccia: i grattacieli svettanti e lucenti della città nuova non coprono i rumori sordi di sirene e trivelle, lo sbuffare delle grandi navi, le voci dolenti delle “madri del sabato” che manifestano a piazza Galatasaray in cerca dei figli “desaparecidos”, gli echi di boati lontani, l’affiorare della tragedia curda.
Intanto, dopo una sbornia in riva al Bosforo, Deniz scompare nel nulla. Si è ucciso? È annegato per errore? Ha voluto nascondersi nell’ombra, lui che teorizzava “Sono io il regista, decido io chi sono e cosa fanno quei personaggi”, per lasciare che sia il meditabondo Orhan a impossessarsi del libro?
Avrete capito: trattasi di film ambizioso, molto d’atmosfera, all’insegna di un vagabondaggio esistenziale che moltiplica visioni, rimandi, fantasticherie, coincidenze, appunto personaggi “in cerca d’autore”. Ozpetek, molto parlando di sé, sovrappone piani reali e immaginari, un po’ come succedeva in “Magnifica presenza”, quasi a voler far coincidere, progressivamente, lo scrittore scomparso e lo scrittore perplesso, perfino nella sfida più rischiosa…
Bisogna parecchio amare il cinema di Ozpetek per lasciarsi coinvolgere dal sentimento che “Rosso Istanbul” vuole evocare: un mix di nostalgia e senso di estraneità, di sapori infantili e destini segnati, di sonnambulismo onirico e risveglio alla realtà. Il regista turco-italiano riprende spesso i suoi personaggi “di nuca”, quasi a non voler svelarne i volti, infittisce il mistero sui loro comportamenti: insomma il film molto allude e suggerisce nel corso dei 115 minuti, mentre una nebbiosa patina di tedio sale purtroppo dal Bosforo.
I nomi degli interpreti coinvolti, Halit Ergenç, Tuba Büyüküstün, Nejat Isler, Mehmet Günsür, Cigdem Onat, diranno poco o nulla al pubblico italiano, con l’eccezione forse di Serra Yilmaz, presenza fissa nei film di Ozpetek. Il doppiaggio, come si diceva, non li aiuta, magari ascoltarli recitare in turco è tutta un’altra cosa.

Michele Anselmi

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