PER L’8 MARZO UN FILM DA NON PERDERE: “IL DIRITTO DI CONTARE”. LE TRE DONNE NERE CHE SFIDARONO IL RAZZISMO ALLA NASA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

È un bel titolo “Il diritto di contare”, perché custodisce un doppio significato, in linea con la storia di emancipazione femminile che ricostruisce. Il diritto in questione è doppio, infatti: attiene alla possibilità di fare i calcoli matematici giusti e al ruolo da svolgere all’interno della società. Non a caso esce mercoledì 8 marzo, festa della donna, il film di Theodore Melfi che negli Stati Uniti ha incassato quasi 160 milioni di dollari.
Storia vera, verissima, come attestano le fotografie sui titoli di coda; magari il doppiaggio un po’ lezioso non aiuta, ma il messaggio arriva forte e chiaro, nel modo migliore, ricordandoci quanti pregiudizi razziali, anzi razzisti, hanno dovuto superare le donne afroamericane, perfino in anni non così remoti. Basato sul libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” di Margot Lee Shetterly, “Il diritto di contare” ci riporta nella Virginia segregazionista del 1961, suppergiù la stessa di “Loving”, altro bel film che sta per uscire.
Anche a Langley, sede della Nasa, la discriminazione è pratica diffusa, anzi considerata “normale”, quindi tacitamente accettata da tutti. Bagni, uffici, mense e autobus separati, macchine per il caffè diverse, stipendi e contratti non equiparati. Ma gli Usa stanno perdendo la sfida con l’Urss, Gagarin è andato per primo lassù nello spazio, sicché dalla Casa Bianca arriva l’ordine tassativo di recuperare lo svantaggio e spedire il prima possibile in orbita l’astronauta John Glenn. Pare facile. Molti calcoli risultano sballati, imprecisi; l’avveniristico cervellone elettronico Ibm non si mette in moto; la capsula spaziale rischia di disintegrarsi per difetti di costruzione.
Tutto sembra vacillare, il Paese assapora il sapore acre della sconfitta. E qui entrano in gioco, a sorpresa, Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson: matematica geniale la prima, tosta responsabile di un team di “calcolatrici” nere la seconda, aspirante ingegnere astrofisico la terza. Con grazia e determinazione, le tre donne sbullonano ad uno ad uno i pregiudizi atavici, non senza urtare l’orgoglio fesso dei colleghi bianchi. Ma Katherine, Dorothy e Mary hanno le idee chiare e non sbagliano un conto. Il progetto Mercury, se non vuole fallire, avrà per forza bisogno di loro per mettere a punto traiettorie, finestre di lancio, percorsi di ritorno…
“Il diritto di contare” adotta uno stile classico, forse un po’ convenzionale nel racconto delle vite familiari di quella piccola borghesia nera, ma lo sguardo è tutt’altro che edulcorato. Razzismo, arroganza e sessismo emergono in tutta la loro velenosa quotidianità, e ci vorrà la disperazione del supercapo Al Harrison per sbriciolare a colpi di martello il primo dei tabù: i bagni separati. «Qui alla Nasa la pipì ha lo stesso colore» urla nell’imbarazzo dei poliziotti bianchi e nella sorpresa delle donne nere.
Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monae sono le tre “apripista” nere, tutte brave e intonate, anche abbastanza somiglianti alle originali; mentre Kevin Costner e Kirsten Dunst portano nel film l’altro punto di vista, quello dei bianchi, cucendosi addosso i ruoli del responsabile lungimirante e della sovrintendente antipatica.
Insomma, avete capito il senso del film, che dura due e dieci e vola via veloce: la Nasa come inconsapevole laboratorio di un’integrazione possibile. Andò proprio così? Vai a saperlo. Ma ci piace pensarlo uscendo dal cinema.

Michele Anselmi

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