TITOLO A PARTE, NON È UN POLPETTONE “LA LUCE SUGLI OCEANI”. FASSBENDER PERFETTO IN UN RUOLO ALLA BURT LANCASTER

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Quante gliene hanno dette ad Alberto Barbera per aver messo in concorso, a Venezia 2016, “The Light Between Oceans” dell’americano Derek Cianfrance, che esce ora col titolo “La luce sugli oceani”. Tratto dal romanzo omonimo di M.L. Stedman (Garzanti, euro 10.50), il film è stato perlopiù liquidato come “un immangiabile polpettone”, naturalmente “all’antica”, ma forse tale non è, almeno a parere del sottoscritto.
In una chiave di melodramma tra fosco e romantico, “La luce sugli oceani” ci trasporta sull’isoletta di Janus, estremo lembo dell’Australia occidentale, sul finire della Prima guerra mondiale. Incipit meraviglioso: nel 1918 il baffuto ex ufficiale britannico Tom Sherbourne, tornato tutto intero dal mattatoio europeo, si isola da tutto e da tutti accettando di fare il guardiano del faro su quella brulla roccia battuta dal vento. L’uomo è taciturno, ferito nell’animo, onesto quanto anaffettivo. Ma nel paesino dall’altra parte della baia c’è una giovane donna, Isabelle, con la quale Tom intreccia una rapporto epistolare che sfocerà in un matrimonio.
Come novelli Adamo ed Eva i due si sistemano sull’isola, sicuri di bastarsi, ma l’uno dopo l’altro la donna perde per aborto spontaneo i due figli tanto attesi. Finché una barchetta alla deriva, spinta dalla tempesta, non consegna ai due guardiani del faro il cadavere di un uomo e una bambina appena nata. Tom, fedele al mandato ricevuto, vuole informare le autorità; Isabelle, impazzita per la doppia mancata maternità, convince il marito a farla passare per loro figlia naturale. Col nome di Lucy. Solo che la bambina ha una madre, figlia dell’uomo più ricco della cittadina, e per Tom sarà l’inizio di un devastante dilemma.
Rigoroso ed epico, il film intreccia, nel crescendo tragico, la furia del mare e il furore delle passioni, il senso di colpa e le strambate del destino. Non c’è “l’effetto soap” evocato da qualche commentatore impietoso, ma certo l’incedere degli eventi e delle menzogne crea un clima un po’ da “Cime tempestose”. Michael Fassbender, perfetto specie col baffo, ricorda un po’ il giovane Burt Lancaster per presenza fisica e sguardo enigmatico; le due donne “rivali” dolorosamente segnate dalla sorte sono Alicia Vikander e Rachel Weisz. Averli, in Italia, attori e attrici così. Purtroppo il doppiaggio, corretto ma inutilmente “ispirato”, non li aiuta.

Michele Anselmi

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