Kong: Skull Island. Come e perché un blockbuster vale più di un film d’autore

Se c’è una cosa che colpisce del grande cinema americano degli ultimi anni è che il blockbuster ha raggiunto vette davvero elevate di perfezione e di cura formale, di approfondimento psicologico dei caratteri messi in gioco e di costruzione della struttura narrativa, oltre ad essersi affermato come teatro di riflessione su temi che riguardano il passaggio dall’analogico al digitale e ad aver digerito e persino “teorizzato” meglio di certo cinema autoriale questo passaggio epocale. Per certi versi, Kong: Skull Island ha il grande pregio di inserirsi nel novero dei prodotti di cui è stato detto. Per certi versi, appunto.

Il classico del 1933 di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack ha riempito le platee e infranto tutti i record, affermandosi come un capolavoro del genere che ha dato vita a versioni successive, tra remake, parodie e spin-off. Il finale di King Kong, con il gorilla in cima all’Empire State Building, è tra le immagini più icastiche della cultura popolare. In questo reebot del franchise di King Kong (che fa parte dello stesso universo di Godzilla di Gareth Edwards con cui condividerà un cross-over nel 2020), una società segreta nota come Monarch scopre l’esistenza di un’isola sconosciuta e non ancora esplorata. Viene così inviata una spedizione composta da reporter e soldati che, arrivati sull’isola, vengono attaccati da un gigantesco gorilla. Bloccato su Skull Island, il gruppo dovrà sopravvivere alle innumerevoli insidie dell’isola e provare a portare a casa qualche prova sull’esistenza di Kong che, nel frattempo, deve affrontare i predatori che gli contendono il dominio.

È il 1973, la Guerra del Vietnam sta per giungere al termine, ed altri sconvolgimenti economici, sociali e politici scuotono il decennio. Il periodo scelto viene ricreato alla perfezione grazie all’utilizzo di particolari lenti anamorfiche che, a detta del regista, sono state perfette per rappresentare quegli anni e per dare un tocco vintage in più. Gli USA attraversano la fase di perdita dell’innocenza, un periodo di paranoia dilagante e di crisi diffusa. Sull’isola di Skull Island, gli esseri umani presenti mostreranno la loro vera natura. Su tutti, Preston Packard, interpretato da un luciferino Samuel L. Jackson, comandante militare della spedizione che attacca Kong non perché sia il cattivo dell’isola, ma semplicemente perché sente la mancanza dei Viet Cong. La follia della lotta contro qualsiasi cosa, ad ogni costo, illumina costantemente il suo volto. Attenzione, però, al pericolo dietro l’angolo: Kong: Skull Island è, prima di tutto, un gigantesco giocattolone che lavora sulle immagini e sui colori, sui movimenti e sull’azione, raggiungendo il suo apice nella trattazione delle sequenze ipercinetiche. Quindi, è consigliabile evitare di soffermarsi sugli eventuali strascichi pacifisti o su aspetti affini nel contesto di un blockbuster che vuole semplicemente intrattenere il pubblico.

Un plauso particolare va a Larry Fong, in grado di lavorare come pochi sulla manipolazione dell’immagine digitale. In un contesto formale così curato risalta la mediocrità dei personaggi che animano il film, ridotti a meri burattini che vengono sacrificati dinnanzi al grande mostro. Si tratta di un ulteriore passo avanti per il blockbuster che è ormai in grado di rinunciare alla centralità dell’essere umano nel contesto del suo racconto. Pollici in su per questo prodotto rétro che odora di revival e di cultura popolare e che, soprattutto, non si vergogna mai del proprio carattere sgangherato trasformandolo in un punto di forza.

Matteo Marescalco

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