LA BELLA E LA BESTIA. LA FIABA MORALE DISNEY TORNA VIVA, MA SOTTOVETRO

La Disney negli ultimi anni, evidentemente interessata a fare soldi un po’ facili rifacendo i classici animati che l’hanno resa leggendaria fra generazioni di bambini, sta percorrendo una strada sempre più pericolosa ad ogni nuovo remake che produce. Eppure, vuoi un po’ che i mezzi certo non le mancano, vuoi che affida i propri progetti a registi interessanti, finisce sempre per realizzare delle opere più che rispettabili. Stavolta, per l’ennesima trasposizione cinematografica di una fiaba antica e classica come La bella e la bestia (tratta da Villeneuve, che a sua volta si ispirò ad Apuleio), fa una sorta d’inversione di marcia. Se in Maleficent e Cenerentola, in particolare, si giocava sullo smentire il pubblico onnisciente con cambi di trama o addirittura di senso, qui il regista Bill Condon (Dreamgirls, Demoni e Dei), insieme al suo cast appropriato, ma non straordinario, si limita a fare una discreta esecuzione del testo originale tratto dal cartone, facendo dei timidi ma interessanti ritocchi, di gusto cinefilo e postmoderno. Ad esempio, il portone del castello incantato della Bestia ha delle lanterne sostenute da arti umani, esattamente come nel film di Jean Cocteau; ancora, il padre di Belle, come nella fiaba originale e lo stesso film di Cocteau, ruba una rosa bianca dal roseto della Bestia perché la figlia gliene chiese una in dono alla sua partenza. E così via, Condon fa i suoi aggiornamenti, ma senza strafare per non deludere i fan dei celebri pezzi cantati nel cartone Disney originale, aggiungendone tre nuovi e inserisce il personaggio chiave della Maga Agata, responsabile dell’incantesimo lanciato sul castello (e in verità anche sul villaggio di Villeneuve).

Bisogna comprendere che il pilastro di questa versione rivisitata di La Bella e la Bestia non è più tanto riportare in vita la mai mutata trama della fiaba che ben conosciamo, bensì d’importanza fondamentale è la sua imponente struttura musicale e scenografica. Certo, Emma Watson ha imposto alla regia delle scelte che hanno modificato il suo personaggio (“Non sono una principessa!”), da sprovveduta avventuriera dalle velleità intellettuali a donna proattivamente scrittrice del proprio destino, tanto che ad essere l’inventore (di una lavatrice rudimentale) è lei e non più il padre, che invece crea opere d’arte e le nasconde dettagli sul loro passato luttuoso. L’interesse viene posto con non poca intelligenza sulla dicotomia Bella-Bestia che sono meglio delineati e inquadrati nella storia anche grazie a flasback riguardanti il loro passato di orfani. Non di meno conto sono i personaggi della coppia Gaston-Letont, più patetici e intelligenti rispetto al cartone.

L’incantesimo che provoca una disumanizzazione nel Principe, la servitù e la dimenticanza nel popolo rimasto ai margini, offre oltretutto una lettura curiosa di La Bella e la Bestia dal punto di vista storico, visto che la sceneggiatura colloca il film più precisamente nel tempo: c’è quello che rimane di una famiglia reale che si nasconde con la servitù e con vergogna nel proprio maniero, mentre il popolo in rivolta arriva urlante al palazzo per uccidere. C’è una peste parigina nel passato di Belle e di suo padre, ed il fantasma di una guerra non meglio specificata nel passato di Gaston, che probabilmente l’ha reso completamente folle. Il tutto trova la redenzione naturalmente nella finale lotta fra bene e male e nel ritorno alla felicità (che va e viene “come la marea”), ma fa comunque piacere che la Disney sappia lanciare lo sguardo oltre, anche se tramite il filtro distorto del posticcio digitale. A rendere penoso il film in Italia, purtroppo, è il comparto “doppiaggio del cantato”, in cui sembrano incomprensibili e inaccettabili le scelte rispetto a certe canzoni completamente stravolte rispetto alla prima versione, mentre altre – per timore – sono state lasciate intonse. Il primo La Bella e La Bestia, nel 1992, vinse ben 2 statuette agli Oscar per la canzone “La bella e la bestia” (coverizzata qui da Gino Paoli e Amanda Sandrelli) e la colonna sonora di Menken. Il film sta andando bene naturalmente. Se volete farvi un piacere, cercatevi una sala in lingua originale come è d’uopo fare quando ci si trova dinnanzi a un musical.

Furio Spinosi

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