Life: Non oltrepassare il limite. Chi può fare a meno dell’umano?

L’avvento delle tecnologie digitali, in ogni fase del processo creativo e produttivo, ha mutato le modalità realizzative dei film, causando una serie di scosse di assestamento che si sono allargate anche all’ambito della distribuzione e dell’esercizio. Il blockbuster americano si è rivelato in grado di elaborare questo cambiamento epocale meglio di quanto non abbia fatto il cinema d’autore. La contaminazione con la frontiera digitale è obbligata, ma la conservazione di stilemi narrativi classici è necessaria.
In tal senso, la centralità dell’essere umano si è rivelata fondamentale per assorbire determinati cambiamenti.

Kong: Skull Island, uscito al cinema poche settimane fa, ha invertito la rotta sottoponendo l’esistenza dell’essere umano (il residuo classico) all’elemento mostruoso e rovesciando completamente l’antropocentrismo di Gravity di Alfonso Cuarón da cui Life: Non oltrepassare il limite si allontana ulteriormente. La prima sequenza, sulla falsa riga del long-take del film di Cuarón, esplora lo spazio scenografico dell’astronave: uno sguardo totalmente impersonale, che riduce la macchina da presa ad un drone, mostra una serie di astronauti in attesa di un’operazione di recupero di campioni provenienti da Marte. La sequenza termina con il riflesso del volto del personaggio interpretato da Jake Gyllenhall in concomitanza con l’arrivo della navicella che trasporta i materiali marziani: elemento umano ed alieno iniziano a convivere nella stessa inquadratura, in una sorta di dissolvenza incrociata. A differenza di Gravity, in cui il percorso di crescita e di affermazione della propria identità portava lo spettatore a conoscere svariati aspetti dei personaggi con cui interagire, la prospettiva di Life: Non oltrepassare il limite rende pressoché pleonastico l’essere umano, vittima dell’elemento altro e mostruoso della narrazione. Lo sguardo del regista si serve dei topoi del racconto fantascientifico cinematografico, replicandoli con l’obiettivo di creare un nuovo insieme significante che riesca a raggiungere la potenza visiva e concettuale dell’originale. Fino a quando Life: Non oltrepassare il limite concentra la sua attenzione sulle modalità di interazione tra alieno cresciuto dall’uomo a cui, tuttavia, si ribella, e chiusura ineluttabile dello spazio portato in scena, il film funziona perché riesce a far presa su un sentimento di angoscia e preoccupazione difficile da fugare.

Il film di Daniel Espinosa è dotato di una notevole carica perturbante e trapianta gli elementi classici del monster-movie in un mondo da videogame che può fare a meno dell’essere umano e del suo sguardo. In questo scontro tra umano/orizzonte classico e alieni/digitale nell’ambito delle ultime tendenze del blockbuster americano, il primo termine, al momento, sembra avere la peggio. Senza che, tuttavia, spettacolarità e livello di interesse complessivo ne risentano più di tanto. Dal 23 marzo in sala.

Matteo Marescalco

Lascia un commento