QUATTRO DANNATI E UN “PERMESSO” DI 48 ORE DAL CARCERE. AMENDOLA REGISTA SI DÀ AL NOIR, MA QUANTA MUSICA MOLESTA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Salvo eccezioni, peraltro apprezzabili, il cinema italiano attuale è fatto di commedie corali e di romanzi criminali. O si ride o si spara. Ma spesso le risate sono loffie e inserite in una sorta di format che non imbroglia (quasi) più nessuno; quanto agli spari, suonano a salve, nel senso che strizzano l’occhio alle diverse declinazioni del genere: c’è chi guarda ai nostri “poliziotteschi” anni Settanta, chi agli asiatici Johnny To e John Woo, chi allo stilizzato Nicolas Winding Refn di “Drive”, chi ai “polar” francesi in stile Jean-Pierre Melville, chi alle gomorre e chi alle suburre.
“Il permesso. 48 ore fuori”, nelle sale dal 30 marzo con Eagle Pictures, non sfugge alla regola. Non a caso il soggetto porta la firma del magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo, anche se la storia è stata rimaneggiata da Roberto Jannone e da Claudio Amendola, qui alla sua seconda prova da regista dopo “La mossa del pinguino”. Produce Claudio Bonivento, uno che punta da sempre su un certo cinema “noir”, ed egli stesso regista, sul finire degli anni Novanta, di una fosca ballata sulla malavita milanese che si chiamava “Altri uomini”, protagonista proprio Amendola.
L’idea alla base del nuovo film è classica, da manuale, anche suggestiva. Quattro detenuti escono dal carcere di Civitavecchia per un permesso di due giorni: diversi per età, esperienze e propositi, hanno di fronte quelle poche ore di libertà per regolare dei conti, prendere delle decisioni. La domanda che si fa lo spettatore è semplice: chi tornerà e chi no dietro le sbarre alla fine della storia?
Amendola regista si affida al bravo direttore della fotografia Maurizio Calvesi, che illumina i quattro personaggi con sfumature diverse, quasi a disegnarne il futuro ravvicinato. Luca Argentero è Donato, un quarantenne taciturno e muscoloso, probabilmente ex pugile, alla ricerca della moglie slava scomparsa nel nulla; Valentina Bellè è una rampolla dell’alta società, sensuale, viziata e ribelle, finita in carcere per una brutta storia di cocaina; Giacomo Ferrara è Angelo, un “pischello” romano reduce da una rapina finita male in bilico tra l’amore del giardinaggio e il passato che ritorna incarnato dai suoi ex complici; infine Amendola, cioè Luigi, un tempo temuto e feroce boss criminale, e oggi solo deciso a prendersi cura paternamente del figlio finito su una brutta strada.
Avrete capito. “Il permesso. 48 ore fuori” intreccia o fa sfiorare le quattro vicende in un crescendo di tensioni esistenziali, scene madri, prove crudeli; e intanto si precisa il destino dei personaggi, ciascuno dei quali sembrerebbe deciso a non tornare in prigione. Amendola regista taglia un po’ con l’accetta, anzi col piccone, le psicologie e imprime al suo film un andamento meditabondo, tra dettagli torvi e accensioni romantiche. Purtroppo, a differenze del prediletto Melville, ha paura del silenzio, infatti bombarda ogni scena di musiche inutili, spesso moleste, specie quando fanno il verso, con tanto di armonica, a quelle dei vecchi western all’italiana. Peccato.

Michele Anselmi

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