Ghost in the Shell. Il fantasma della fantascienza (filosofica?)

Due settimane fa, Universal Pictures Italy aveva presentato in anteprima un footage di 12 minuti dell’atteso Ghost in the Shell, film di Rupert Sanders, nonché adattamento del manga scritto e disegnato da Masamune Shirow nel 1989, ambientato in un Giappone futuristico dai toni cyberpunk. Il footage mostrava la nascita del protagonista del racconto, il Maggiore Mira Killian: un corpo sintetico, un cervello ed una serie di cascate di un materiale simile a resina caratterizzavano le prime scene del film, pervaso da un’atmosfera distopica derivativa nei confronti del cinema di fantascienza del passato. Il quesito principale riguardava la validità dell’elemento introspettivo e di approfondimento dell’animo umano che, se presente, accompagnato dalla costruzione di uno straordinario apparato estetico, avrebbe consentito la piena riuscita del film.

Ebbene, dopo aver visto il film, possiamo dire che le cose sono andate diversamente. Perché Ghost in the Shell soffre di un’evidente semplificazione che ha, nella breve durata di soli 100 minuti, la dimostrazione più chiara. Il film di Rupert Sanders è tutto in fieri, non rallenta un attimo, eccetto in una scena fondamentale per la lettura complessiva, quella del dialogo tra Mira e la madre: “Come mi hai riconosciuto?” “Ti ho riconosciuto dagli occhi”. Eppure, l’assenza che maggiormente pesa è proprio quella degli occhi (nell’accezione di Debrais, come elemento identificativo ed ultimo residuo umano in un corpo sintetico), dell’anima, del famigerato ghost che si nomina più volte nel corso del racconto. Le soluzioni visive perturbanti sono numerose e riescono ad attrarre e a stupire i fruitori, ma risentono della totale assenza dell’elemento umano a bilanciare la tecnologizzazione massiccia del mondo la cui trasposizione visiva deve molto all’universo creato dalle sorelle Wachowoski. Una maggiore attenzione al cuore, ai sentimenti, alle motivazioni che spingono i personaggi a compiere determinate azioni non avrebbe fatto altro che arricchire questo prodotto che appare privo di vita e totalmente prestabilito, fermo ad una bellezza superficiale che intrattiene e diverte, ma non conquista mai.

Il nostro consiglio è di andare a vedere il film senza aspettative legate ai caratteri di una fantascienza filosofica ed umanistica di cui Ghost in the Shell è privo.

Matteo Marescalco

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