L’ultima verità sul caso Orlandi. Il mio film proiettato a Parigi

All’inizio della settimana, a Parigi l’Onu ha scelto di proiettare il film diretto da Roberto Faenza “La verità sta in cielo” sul caso della scomparsa della quindicenne cittadina vaticana Emanuela Orlandi, per celebrare la Giornata Internazionale del Diritto alla Verità, dimostrando maggior coraggio di quanto non abbiano espresso i media italiani quando è uscito nelle sale italiane lo scorso ottobre, ora in circolazione anche in Dvd.

La Giornata della Verità nasce per ricordare il barbaro assassinio dell’arcivescovo del Salvador Oscar Romero, proprio mentre celebrava messa nella cappella di un ospedale. Non sarà un caso che anche in quella occasione, lo ricorda lo stesso papa Bergoglio, il Vaticano non abbia fatto abbastanza per proteggerlo. Il film è stato proiettato nella prestigiosa sala grande della Cinémathèque a oltre 400 persone, che in poche ore dall’annuncio hanno prenotato tutti i posti disponibili, evidenziando l’interesse del pubblico francese per una storia che apparentemente racconta un drammatico cold case, ma in realtà porta sullo schermo 30 anni di intrighi tipicamente italiani, che vedono la malavita romana intrecciarsi a una schiera di politici corrotti, agli agenti dei servizi segreti e ad alcuni prelati più vicini all’inferno che al paradiso.

Il titolo del film nasce da quattro parole “lei è in cielo”, che papa Bergoglio ha sussurrato alla famiglia di Emanuela. È la prima volta che le ha pronunciate un pontefice dal quel lontano 22 giugno 1983, il giorno della scomparsa di Emanuela, dal centro di Roma. Dopo quelle parole però nulla ha fatto seguito per saperne di più e la famiglia ancora si chiede cosa possa celare una così importante affermazione. Oggi sappiamo che i depistatori di professione che si sono avvicendati in questa sconcertante vicenda, dai cosiddetti lupi grigi alla malavita, hanno più volte cercato di scompigliare le carte, insinuando che Emanuela sia viva. C’è persino una fotografa, Roberta Hidalgo (famosa per aver scattato le foto di Wojtyla in costume da bagno nella piscina di Castelgandolfo, poi passate dalla P2 a Giulio Andreotti), che ha scritto un libro dove sostiene che Emanuela sia in realtà la moglie di suo fratello Pietro. Ha dichiarato addirittura di avere le prove di un fantomatico DNA, prelevato raccogliendo i tamponi mestruali della signora nella spazzatura davanti alla loro abitazione, alle spalle di piazza San Pietro. Siamo alla follia, pur di oscurare in ogni modo la verità. Verità che leggendo le carte della magistratura romana alle base del mio film ormai è chiara.

Emanuela è stata sequestrata dalla banda dei Testaccini (nemici della scalcagnata Magliana, invenzione dei romanzi più che realtà), guidata da Enrico De Pedis, le cui ceneri sono state ospitate nella cripta della basilica di S. Apollinare per ordine dell’allora Vicario della diocesi di Roma, il cardinal Ugo Poletti. È raccapricciante pensare che tale sepoltura sia avvenuta proprio a pochi passi dalla scuola di musica dove è stata vista per l’ultima volta la povera Emanuela. Di certo la banda ha agito da manovalanza per un ricatto nei confronti del Vaticano, nella cui banca, lo Ior, la malavita romana e la mafia di Pippo Calò erano soliti risciacquare fiumi di denaro, investiti in gran parte per ordine di Monsignor Marcinkus e del suo socio più o meno occulto Roberto Calvi nella Polonia di Lech Walesa. Soldi che non tornavano indietro. Su questa storia, i cui rivoli sembrano usciti dalla penna di uno sceneggiatore perverso, tanto inquietanti sono gli episodi che la circondano da poterne fare un’intera saga. Nel 2015, il Procuratore capo della repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, ha deciso di mettere la parola fine, ricorrendo alla pietra tombale dell’archiviazione. Scelta che a molti magistrati è apparsa incomprensibile. Tant’è che il Procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, da anni a capo dell’inchiesta, si è rifiutato di firmarla, manifestando un dissenso mai avvenuto prima d’ora all’interno della procura della capitale. È un caso che proprio in queste ore Capaldo si sia anche dimesso dalla magistratura in anticipo rispetto all’età della pensione? È stato presente a Parigi, insieme a Pietro Orlandi, per raccontare la sua verità. Dal canto suo la famiglia Orlandi si è dichiarata nettamente contraria alla decisione di chiudere le indagini, anche perché leggendone le motivazioni si rimane perplessi di fronte alla mole di indizi e di fatti acclarati che avrebbero potuto mettere sotto torchio alcuni autori del sequestro di Emanuela, la maggior parte dei quali tuttora viventi e in libertà. Senza contare che ove si fosse celebrato il processo altri testimoni avrebbero potuto farsi avanti. Stupisce ad esempio che contestualmente alla chiusura delle indagini si sia fatto avanti un pentito per indicare dove giacerebbe il corpo di Emanuela: sotto un edificio di Torvaianica. Eppure alle sue dichiarazioni non è seguita alcuna nuova indagine.

Il film aggiunge una rivelazione inedita che proprio a Parigi è stata oggetto del dibattito dopo la proiezione. La rivelazione è contenuta nella scena finale del film, dove si dimostra come prima della decisione di archiviare il caso i magistrati avessero ottenuto dal Vaticano la promessa di consegnare la documentazione in proprio possesso sulla scomparsa di Emanuela, più volte richiesta nelle rogatorie dei procuratori romani e sempre elusa. A tutt’oggi la promessa non risulta che sia stata mantenuta. Del resto non è pensabile che il Vaticano non abbia fatto una inchiesta al proprio interno, essendo Emanuela una sua cittadina a tutti gli effetti. Ho ragione di pensare che se ciò non fosse accaduto sarebbe una negligenza ancora più grave. Nel film, dove abbiamo il coraggio di fare nomi e cognomi, anziché trincerarci dietro gli pseudonimi, riproduciamo anche l’intercettazione in cui il capo della gendarmeria vaticana, al telefono con il suo vice, gli ordina di mentire e di non dire che la documentazione “è andata alla segreteria di stato”. Cosa può esserci di così terribile, si chiede la famiglia Orlandi (la madre di Emanuela vive tuttora in Vaticano), da indurre il Vaticano al silenzio ancora a distanza di trent’anni? La cosa che più mi rattrista in tutta questa storia è che, nonostante nella sequenza finale del film si indichi l’ultimo metro da percorrere per arrivare finalmente alla verità, nessun giornalista (eccetto Furio Colombo sul Fatto) e neppure nessun critico cinematografico abbiano raccolto il nostro assist. Paura di avvicinarsi troppo ai santuari del potere al di qua e al di là del Tevere? Posso solo aggiungere che Emanuela è stata ammazzata un’altra volta e la sua fine segna anche l’eclisse del nostro giornalismo investigativo. Per fortuna l’Onu si è schierato al nostro fianco e ora l’obiettivo della famiglia di Emanuela è accompagnare il film in giro per il mondo al fine di raccogliere un milione di firme, non solo italiane, che possano servire a far riaprire il caso. Chi credeva che con l’archiviazione non si sarebbe più parlato di Emanuela dovrà ricredersi. La verità questa volta non sta in cielo, ma in terra, vicinissima a noi. Basta avere il coraggio di cercarla.

Roberto Faenza

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